domenica 15 febbraio 2015

LIBIA - Guerra civile libica in corso iniziata il 15/02/2011. Prevista il 29/10/2005. messaggio n. 2.595 "La Libia inciamperà e i miei poveri figli conosceranno grandi sofferenze. Per gli uomini del terrore sarà un regalo di valore." il 07/06/2006 . messaggio n. 2.691. "Cari figli, a Cirene* si udranno grida di disperazione e i miei poveri figli temeranno i grandi eventi." Messaggio 3.598 - 21 gennaio 2012 " Al Bayda vivrà momenti di grande sofferenza e i miei poveri figli piangeranno e si lamenteranno." Profezie in fase di svolgimento della Madonna di Anguera.



Post 8 dicembre 2011 - AGGIORNAMENTO DEL 15/02/2015 NUOVO AGGIORNAMENTO DEL 10/10/2018


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·        Prima guerra civile in Libia (17 febbraio - 20 ottobre 2011) – conflitto svoltosi nel paese nordafricano e che ha visto opposte le forze lealiste di Mu'ammar Gheddafi e quelle dei rivoltosi, riunite nel Consiglio nazionale di transizione.
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·        Intervento militare in Libia del 2011 (19 marzo - 31 ottobre 2011) – intervento militare internazionale svoltosi a sostegno dei ribelli libici del Consiglio nazionale di transizione.
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·        Seconda guerra civile in Libia (16 maggio 2014 - in corso) – conflitto in corso tra due governi rivali, basati a Tripoli e Tobruk.
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MESSAGGI DELLA MADONNA DI ANGUERA  CORRELATI ALLA NAZIONE LIBIA


2.691 - 07/06/2006 AVVERATO IL 15/02/2011 – GUERRA CIVILE LIBICA IN CORSO "Cari figli, a Cirene* si udranno grida di disperazione e i miei poveri figli temeranno i grandi eventi." Dio vi chiama a vivere rivolti verso la sua grazia salvifica e misericordiosa. Non restate con le mani in mano. Siate coraggiosi e sappiate affrontare le difficoltà di ogni giorno. Voi non siete soli. L’umanità percorre le strade della distruzione che gli uomini hanno preparato con le proprie mani. Ecco il tempo del vostro ritorno. Fuggite dal peccato e servite il Signore con gioia. Desidero la vostra conversione. Pentitevi, perché il pentimento è il primo passo da fare sulla strada della santità. Avanti con coraggio. Questo è il messaggio che oggi vi trasmetto nel nome della Santissima Trinità. Grazie per avermi permesso di riunirvi qui ancora una volta. Vi benedico nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. Rimanete nella pace.
* Sono in dubbio su come vada tradotta la preposizione (“pela cirene”), ma potrebbe essere la città di Cirene (Libia)
Fonte: http://www.messaggidianguera.net/Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Cirene_%28citt%C3%A0%29

Cirene è il nome di una importante colonia greca del Mediterraneo che si trovava nell'odierna Libia orientale, presso l'attuale cittadina di 
Shahhat, nella municipalità di Al Jabal al Akhdar.

2.595 - 29.10.2005



Cari figli, restate saldi sul cammino che vi ho indicato. Ecco i tempi dei dolori. Pentitevi e assumete il vostro vero ruolo di cristiani. L’umanità percorre le strade dell’autodistruzione che gli uomini hanno preparato con le proprie mani. Cercate la pace. Dio è la soluzione per voi. Ritornate. La Libia inciamperà e i miei poveri figli conosceranno grandi sofferenze. Per gli uomini del terrore sarà un regalo di valore. Intensificate le vostre preghiere. Si avvicinano ora i momenti difficili per i miei poveri figli. Un tempio sarà in macerie. È stato costruito sopra un tumulo. Sarà in India. Questo è il messaggio che oggi vi trasmetto nel nome della Santissima Trinità. Grazie per avermi permesso di riunirvi qui ancora una volta. Vi benedico nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. Rimanete nella pace.

3.598 - 21 gennaio 2012  

Cari figli, io sono al vostro fianco anche se non mi vedete. Non perdetevi d’animo. Chi sta con il Signore non sperimenterà mai il peso della sconfitta. Inginocchiatevi in preghiera, perché solo così potete ottenere la pace. Ecco il tempo delle grandi confusioni spirituali. Il demonio semina confusione tra di voi, ma la sua maschera cadrà e la verità regnerà nei cuori dei fedeli. State attenti. Vi chiedo di fare il bene a tutti. Riempitevi dell’amore del Signore, perché solo così sarete guariti spiritualmente. Io sono vostra Madre e supplicherò il mio Gesù in vostro favore. Coraggio. Affidate al mio Gesù la vostra esistenza. In Lui è la vostra speranza e salvezza. L’umanità si è allontanata dal Creatore e cammina verso un grande abissoAl Bayda vivrà momenti di grande sofferenza e i miei poveri figli piangeranno e si lamenteranno. Convertitevi. Ecco il tempo opportuno per riconciliarvi con Dio. Questo è il messaggio che oggi vi trasmetto nel nome della Santissima Trinità. Grazie per avermi permesso di riunirvi qui ancora una volta. Vi benedico nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. Rimanete nella pace. 


Beida (in arabo: البيضاء, al-Bayḍāʾ , "la Bianca", dialettalmente Zawiyat el-Beda, in italiano, in epoca fascista, Beda Littoria) è una città della Libia settentrionale, nella regione della Cirenaica, capoluogo della Municipalità di Al Jabal al Akhdar.
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·        Prima guerra civile in Libia (17 febbraio - 20 ottobre 2011) – conflitto svoltosi nel paese nordafricano e che ha visto opposte le forze lealiste di Mu'ammar Gheddafi e quelle dei rivoltosi, riunite nel Consiglio nazionale di transizione.
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·        Intervento militare in Libia del 2011 (19 marzo - 31 ottobre 2011) – intervento militare internazionale svoltosi a sostegno dei ribelli libici del Consiglio nazionale di transizione.
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·        Seconda guerra civile in Libia (16 maggio 2014 - in corso) – conflitto in corso tra due governi rivali, basati a Tripoli e Tobruk.
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·        Prima guerra civile in Libia (17 febbraio - 20 ottobre 2011) – conflitto svoltosi nel paese nordafricano e che ha visto opposte le forze lealiste di Mu'ammar Gheddafi e quelle dei rivoltosi, riunite nel Consiglio nazionale di transizione.
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Prima guerra civile in Libia

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
 Disambiguazione – Se stai cercando la guerra civile iniziata nel 2014, vedi Seconda guerra civile in Libia. La prima guerra civile in Libia ha avuto luogo tra il febbraio e l'ottobre del 2011 e ha visto opposte le forze lealiste di Mu'ammar Gheddafi e quelle dei rivoltosi, riunite nel Consiglio nazionale di transizione.
Il paese, dopo aver vissuto una prima fase di insurrezione popolare (anche nota come rivoluzione del 17 febbraio),[18] sull'onda della cosiddetta primavera araba (e specialmente dei coevi eventi relativi: la rivoluzione tunisina del 2010-2011 e quella egiziana), ha conosciuto in poche settimane lo sbocco della rivolta in conflitto civile.[19] La sommossa libica, in particolare, è stata innescata dal desiderio di rinnovamento politico contro il regime ultraquarantennale della "guida" della "Giamahiria" (in arabo Ǧamāhīriyya) Muʿammar Gheddafi, salito al potere il 1º settembre 1969 dopo un colpo di stato che condusse alla caduta della monarchia filo-occidentale del re Idris.
Dopo quasi un mese di scontro il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha deciso, con la risoluzione 1973, di istituire una zona d'interdizione al volo sulla Libia a protezione della popolazione civile, legittimando l'intervento militare ad opera di diversi paesi avviato il 19 marzo 2011.

Contesto

Cause dell'insurrezione

La rivolta libica ha risentito dell'"effetto domino" delle rivolte nei paesi vicini in quanto, complice anche l'utilizzo da parte delle giovani generazioni di mezzi di informazione come internet (più difficilmente controllabili dalla censura dei regimi), le notizie degli avvenimenti in Tunisia ed Egitto sono riuscite a superare la tradizionale riluttanza della popolazione ad interpretare forme di dissenso.[20] La causa del carovita non è apparsa l'elemento scatenante della rivolta, al contrario degli altri Stati coinvolti nella protesta nei quali il fattore di innesco è risultato per molti aspetti l'aumento del livello dei prezzi dei generi alimentari.[21][22] Il reddito procapite della popolazione infatti è attestato a 11.307 dollari l'anno, un parametro più elevato rispetto agli altri stati del Maghreb (cinque volte superiore a quello egiziano).[23] Il petrolio, invece, risorsa della quale il paese è il primo possessore africano, seguito da Algeria e Nigeria, costituisce la risorsa più importante del paese e principale fonte di ricchezza.[21][23][24] A dispetto, tuttavia, delle condizioni economiche, il contagio della rivolta nordafricana e vicino-orientale si è rivelato inevitabile, contrariamente a quanto sostenuto da diversi analisti secondo i quali la Giamahiria non sarebbe stata interessata dai movimenti di piazza o, nella peggiore delle ipotesi, da incidenti e scenari di torbidi.[25]
Gheddafi, prima dello scoppio della rivoluzione, poteva fare assegnamento su alcuni elementi basilari del potere nel paese: un'ingente politica di sussidi statali, il massiccio ricorso alla repressione del dissenso e la tacita intesa con le tribù più refrattarie al suo potere.[26] Il regime tuttavia non aveva posto pieno rimedio al presunto[27] grosso nodo della disoccupazione, che nel 2011 secondo le stime della Banca Mondiale colpiva ancora il 17,7% dei cittadini[28], soprattutto donne e giovani.[29] Né gli accordi con le imprese straniere, né i piani infrastrutturali, inseriti all'interno di un più ampio progetto di riforma dell'economia avviata nel paese dal 2000 (in coincidenza con la fine delle sanzioni), hanno potuto porre rimedio a questa piaga.[30] Il fallimento dei progetti di sviluppo e di liberalizzazione, il crescente malcontento, reso più intenso dall'arrivo in massa di immigrati dall'Africa subsahariana, aveva creato un quadro di tensione esplosiva nel paese.[31]
La censura e il controllo serrato dell'informazione, insieme alla dissimulazione delle diseguaglianze del paese, abilmente oscurate dai proclami di Gheddafi contro l'imperialismo occidentale, hanno costituito, negli ultimi anni, un potente freno contro l'insorgere di sentimenti eversivi nella popolazione libica.[32]

La struttura di potere del Colonnello

La genesi e l'evoluzione del moto di protesta e della susseguente repressione hanno risentito della forte divisione interna alla Libia. Ad accentuare gli effetti della recrudescenza della sollevazione, infatti, sono risultati non secondari la frammentazione del paese tra tribù (se ne contano 140, tra cui 30 le maggiori), talvolta ostili all'unità della nazione, nonché lo iato molto forte tra la parte tripolitana e del Fezzan, fedeli al leader, e quella cirenaica, "storico focolare dell'opposizione al regime di Gheddafi".[25][33] Il peso delle divisioni tribali non è stato, ciononostante, l'unico fattore coagulante del moto rivoltoso. A Tripoli, dove la maggioranza della popolazione non si identifica in nessuna tribù, come in altre parti della Libia, l'indignazione popolare è stata la principale leva della rivoluzione.[34]
Dopo la conquista dell'indipendenza nel 1951 e gli incarichi di controllo amministrativo attribuiti dalla monarchia alle varie tribù, queste ultime si conquistarono ruoli di primo piano all'interno della politica libica.[35] Successivamente, con la presa del potere da parte di Gheddafi, uno dei primi passi del consolidamento del regime fu la sottrazione del potere che la monarchia aveva demandato ai clan. L'impostazione ideologica del dittatore, inoltre, imponeva il passaggio dalla sclerosi di una società fossilizzata nelle tradizioni e nei riti clanici, alla nuova età del socialismo reale che, attraverso il "governo delle masse" (Giamahiria), conducesse al superamento dell'intermediazione dei partiti e delle tribù per assegnare al popolo (sebbene solo virtualmente) il potere decisionale.[35] Successivamente il colonnello raggiunse delle intese con i clan, tali per cui rimediò alla sfaldatura del paese lungo linee di demarcazione tribali attraverso la cooptazione dei vertici dei clan.[36]
Nel corso della rivolta contro Gheddafi sono stati i clan ad essersi sollevati, a differenza di quanto avvenuto durante l'insurrezione in Egitto, dove l'apporto dei giovani intellettuali assieme alla classe lavoratrice nel sostenere la fine del regime di Hosni Mubarak è apparso più incisivo e pressante di quanto non sia avvenuto nella sedizione libica.[37] Né l'esercito ha giocato un ruolo chiave come nel vicino Egitto, in quanto esso qui si è diviso tra la solidarietà ai rivoltosi e la fedeltà al regime.[37] Alle divisioni di natura etnica, si aggiungono quelle ideologiche tra gli oppositori del regime e i "rivoluzionari", eredi degli artefici della rivoluzione del 1969, organizzati nei "comitati". Costoro, che costituiscono la componente più vicina al rais, sono osservanti del libro verde del colonnello e si incaricano della "diffusione del pensiero giamahiriano nel mondo".[37] All'interno degli stessi comitati tuttavia si segnala una frangia più moderata, vicina alle posizioni solo apparentemente riformiste di uno dei figli di Gheddafi, Sayf al-Islām. Accanto ai fedelissimi del regime e ai riformisti una terza componente precipua della consorteria al comando della Libia è rappresentata dai tecnocrati, gruppo elitario che cura gli interessi economici e finanziari del paese e che interagisce con le multinazionali estere nella gestione delle risorse naturali.[37]

La rivolta

Primi scontri

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Lo stesso argomento in dettaglio: Prima battaglia di Bengasi.
La scintilla della rivolta è stata l'invito alla sollevazione diffuso sulla rete dai blogger, in concomitanza con le recenti manifestazioni in corso nel mondo arabo, per il giorno 17 febbraio. I giovani libici hanno aderito in gran numero a questo invito. Le proteste hanno avuto come primo focolaio Bengasi, quando, nel pomeriggio del 16 febbraio, numerosi manifestanti si sono radunati per protestare contro l'arresto di un avvocato e attivista dei diritti umani, rappresentante legale delle famiglie vittime del massacro operato nel 1996 dal regime nel carcere di Abū Sālim, nei dintorni di Tripoli, in occasione del quale sarebbero periti 1.200 carcerati.[38][39] In tutto il Paese, nel frattempo, secondo i media ufficiali, si tengono manifestazioni contro il governo del leader Mu'ammar Gheddafi.[40]
Di due morti e decine di feriti sarebbe il numero delle vittime a Bengasi, dove le forze dell'ordine impiegano armi da fuoco per disperdere i rivoltosi.[41]
Il risultato degli scontri a Beida, sesta città libica, tra manifestanti antigovernativi e polizia è invece di almeno 9 morti (secondo altri di 13), in occasione dei quali la reazione delle forze di sicurezza libica, sarebbe stata molto dura, mentre il direttore dell'ospedale al-Yala di Bengasi, dove scontri si sono registrati nella notte e per tutta la mattina, ʿAbd al-Karīm Jubaylī, riferisce che "38 persone sono state ricoverate per ferite leggere" in seguito agli incidenti nella città.[42][43][44]

La "giornata della collera"

La vecchia bandiera del regno libico usata durante le manifestazioni dalle forze di opposizione.
Il 17 febbraio altre 6 persone rimangono uccise in accesi conflitti a Bengasi. I siti di opposizione al-Yawm (Oggi) e al-Manāra (Il Minareto, il Faro) parlano di almeno sei morti e 35 feriti. Testimoni riferiscono che sarebbero avvenute vere e proprie esecuzioni da parte delle forze di polizia.[45]
Nella stessa giornata del 17 febbraio, in occasione della quale viene proclamata la "Giornata della collera", milizie giunte da Tripoli a Beida, nell'est della Libia, secondo l'organizzazione Human Rights Solidarity, colpiscono i manifestanti causando almeno 15 morti e numerosi feriti.[46] La repressione violenta attuata in risposta dal regime è stata percepita più che come una minaccia, come un ulteriore incentivo all'incremento delle agitazioni, grazie altresì al ruolo di incitamento svolto dalle reti arabe come Al Jazeera e Al Arabiya nel propalare notizie, in alcuni casi rivelatesi notevolmente amplificate, su massacri messi in atto dalla polizia intervenuta per sedare le manifestazioni.[32] Dalle uccisioni dei civili hanno quasi subito preso le distanze alcune tribù e interi reparti dell'esercito, passati successivamente dalla parte dei rivoltosi. Così facendo tutti saranno contro tutti. (circa 20.000 soldati).[47]

Battaglie a Beida e Bengasi

Il 18 febbraio gli scontri proseguono mentre il numero delle vittime viene aggiornato a 24 morti e decine di feriti, secondo Human Rights Watch.[48]
La città di Beida, secondo quanto dichiarato da Giumma el-Omami del gruppo "Libyan Human Rights Solidarity", sopraffatte le forze di sicurezza, cade sotto il controllo dei manifestanti. Lo stesso 18 febbraio la conta dei morti nel corso della "giornata della collera" sale a cinquanta, secondo fonti dell'opposizione, che nella medesima giornata ha condotto per le strade migliaia di manifestanti contro il regime di Mu'ammar Gheddafi in almeno otto città libiche, secondo l'agenzia Misna.[49] Quando le forze di opposizione prendono il controllo dell'aeroporto di Bengasi, l'edizione online del quotidiano Oea, vicino a Saif el-Islam, uno dei figli del colonnello Gheddafi, riporta la notizia che tre mercenari assoldati per reprimere le proteste sono stati impiccati durante le sommosse contro il regime a Beida.[49]
Evasioni dalle carceri e rivolte nei penitenziari si registrano a Tripoli e Bengasi. Numerosi prigionieri evadono nella mattinata del 18 febbraio dalla prigione al-Kuifiya a Bengasi, a seguito di una rivolta, mentre sei detenuti rimangono uccisi dalla Polizia libica nella repressione di una ribellione nel carcere di Jadayda a Tripoli.[50][51]
Secondo il giornale online Oea, le città di Bengasi e Derna, nelle quali ci sono stati in totale 27 morti, vengono occupate dai rivoltosi e l'esercito riceve l'ordine di lasciare le località. I familiari di Gheddafi intanto, abbandonata Beida, si dirigono a Sebha, dove secondo fonti non accertate sarebbero decedute 14 persone nei passati giorni di proteste.[52]
In totale dall'inizio delle proteste secondo Amnesty International sono 46 le persone rimaste uccise per mano delle forze libiche.[53]
Mentre il numero dei morti sale a 84 il 19 febbraio, secondo stime dell'organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch, le proteste si allargano a coinvolgere l'intero paese in base a quello riportato dall'emittente Al Jazeera.[54][55] Nelle stesse ore le rivolte si intensificano anche nella vicina Algeria, in Bahrein e Kuwait. Molti dei decessi registrati in Libia sarebbero concentrati nella sola città di Bengasi, città tradizionalmente poco fedele al leader libico e più influenzata dalla confraternita islamicadella Senussia. L'intera Cirenaica risulta in stato di fermento più che nel resto del paese, in cui Gheddafi ha saputo cementare negli anni un consenso più diffuso. La rete internet inoltre risulta nella stessa giornata disattivata in tutto il paese.[55]
Uno dei figli del dittatore libico, Saʿd Gheddafi, rimane assediato a Bengasi da manifestanti che intendono trarlo in arresto.[56] Saad, e altri uomini fedeli al colonnello, riescono tuttavia a fuggire dall'albergo nel quale erano prigionieri, ma restano ancora bloccati nella città.[57] Per liberare Saʿd Gheddafi, il governo invia un commando composto da 1500 uomini della sicurezza, guidati del genero del leader libico, Abd Allah al-Sanussi.[57]
Al Jazeera riferisce che, in serata, le guardie del colonnello aprono il fuoco contro un corteo funebre a Bengasi, uccidendo circa quindici persone.[58]

Il ricorso ai mercenari stranieri

Il giorno dopo gli accesi scontri a Bengasi, dove mercenari di origine africana reclutati dal regime per soffocare la rivolta hanno aperto il fuoco contro i manifestanti, il numero dei morti nella città rivoltosa, secondo fonti citate dal quotidiano libico Quryna, si attesta intorno alle 24 persone.[59] Secondo altre fonti, non ufficiali, riportate da Al Jazeera, la conta sarebbe di molto superiore, con 250 morti causati dalla repressione attuata nella sola Bengasi.[60][61] I mercenari sono in larga parte miliziani arrivati in Libia attraverso il Ciad dalla regione occidentale del Sudan, già distintisi per le atrocità compiute in Darfur nel corso dell'omonima guerra.[62] La repressione è affidata anche a mercenari serbi, ex componenti dei "Berretti Rossi", il corpo istituito dal leader serbo Slobodan Milošević, con legami con la Legione straniera.[62] Le stime, riportate dal giornale Daily Telegraph, valuteranno in 10.000 dollari il compenso pro capite per l'esercizio di due mesi di attività di guerra al fianco del regime.[63]
Il reperimento delle informazioni e il riscontro agli echi degli eventi che giungono dal paese risulta molto difficoltoso a causa del blocco posto dalle autorità alla rete internet.[64] In serata il numero delle vittime aumenta, giungendo a lambire le 300 vittime, quando si registrano ancora scontri nella città di Bengasi, dove il ricorso a mercenari africani ha provocato un numero molto elevato di morti.[65] La città principale della Cirenaica è contesa tra rivoltosi e esercito regolare che in seguito sarà costretto al ripiegamento. Il sito informativo libico "Lībiya al-Yawm" (Libia oggi) denuncia che "i militari inviati dal regime libico per reprimere i manifestanti di Bengasi stanno usando in queste ore armi pesanti contro le persone riunite davanti al tribunale cittadino" come razzi Rpg e armi anticarro.[65]

I disordini si allargano a Tripoli

Il 21 febbraio la rivolta si allarga anche a Tripoli, centro nevralgico del potere del dittatore libico Gheddafi. Nella capitale, in seguito a violenti scontri, viene dato fuoco anche alla sede della televisione di stato, a stazioni di polizia e a diversi edifici pubblici.[66]
Mentre nella città principale della Libia si raccolgono un milione di persone e incidenti furiosi si verificano con la polizia che continua illegittimamente a fare fuoco sui rivoltosi, caccia militari dell'aviazione libica ricevono l'ordine di effettuare dei raid contro i manifestanti che provocano, secondo alcune stime, 250 morti nella sola Tripoli.[67][68] Il ministro della Giustizia si dimette per protesta contro le violenze indiscriminate, mentre non si hanno notizie certe su dove si trovi realmente Gheddafi, che il ministro degli esteri britannico William Hague, a margine del vertice dell'Unione europea in corso a Bruxelles, ha dato per fuggito in Venezuela.[68][69] Il vice-ambasciatore libico presso le Nazioni Unite richiede un intervento internazionale contro quello che definisce "un genocidio" perpetrato dal regime di Gheddafi contro il popolo libico.[70]

Defezioni da parte delle tribù e dell'esercito

Nella notte Gheddafi appare in televisione in un filmato di appena 22 secondi per smentire le voci sulla sua partenza.[71] Crescono intanto le divisioni in seno alle istituzioni e all'apparato militare, sempre più lacerati tra lealisti e favorevoli a un colpo di mano contro il colonnello.[71] Eni chiude intanto il gasdotto Greenstream, che trasporta dalla Libia alla Sicilia un grosso quantitativo di gas naturale. L'Aviazione esegue nuovi attacchi dal cielo contro gli insorti nelle strade.[72]
Mentre le forze di opposizione mantengono il controllo delle città orientali del paese, forze di sicurezza fedeli al colonnello nelle strade della capitale mantengono il controllo del territorio. Oltre alle città principali della Cirenaica, Bengasi e Sirte, città natale del colonnello, anche larga parte del sud del paese finisce in mano agli insorti. Alcune delle principali comunità tribali del paese (tra cui Tebu, Tuareg, Zawiya e Warfalla), componenti fondamentali della società libica e fattori di instabilità dell'unità della nazione (che il dittatore libico ha saputo tenere a bada nei decenni), dichiarano che combatteranno al fianco dei civili per cacciare Gheddafi.[33][73] Per Angelo Del Boca, storico del colonialismo italiano, "se in Tripolitania queste tribù si associano alla rivolta, la fine è vicina".
In un lungo discorso alla nazione, Gheddafi, stringendo in mano il libro verde, elencante i principi del credo politico del colonnello, annuncia con veemenza che "chi attacca la costituzione merita la pena di morte, la meritano tutti coloro che cercano attraverso la forza o attraverso qualsiasi mezzo illegale di cambiare la forma di governo" e prosegue dicendo che "non ho dato l'ordine di sparare sulla gente, ma se sarà necessario lo farò e bruceremo tutto".[74] Il ministro francese per gli Affari europei Laurent Wauquiez definisce il discorso televisivo tenuto dal leader libico "spaventoso" per "la violenza usata nelle sue parole" e per "la mancanza totale di una prospettiva politica".[75] Il dittatore conferma di trovarsi a Tripoli e attacca i servizi segreti degli stati esteri con riferimento all'intelligence USA, ritenuta dal regime spalleggiatrice della rivolta; lancia strali anche contro l'Italia, primo partner commerciale, accusata di aver fornito dei razzi (non meglio specificati e senza prove documentali) ai manifestanti.[76] Giunge però la smentita del ministro degli Esteri italiano Franco Frattini, che definisce l'affermazione del colonnello una "purissima falsità che lascia sgomenti e sbigottiti".[77]

Gli scontri si concentrano nell'ovest

Altre città dell'est del paese e ormai anche della Tripolitania, compresi grossi centri come Misurata e Tobruk, finiscono sotto il controllo dei rivoltosi e non si avverte la presenza di forze di sicurezza, già in via di ripiegamento.[78][79][80] Numerose migliaia di stranieri abbandonano in fretta il paese soccorsi dai mezzi degli Stati di appartenenza.[80] Citando un membro della Corte penale internazionaleAl Arabiyaattraverso Twitter riferisce che sono almeno 10.000 le uccisioni e 50.000 i ferimenti avvenuti in una settimana di guerra civile.[80]
Si moltiplicano intanto i casi di insubordinazione da parte dei militari, segno di una sempre più incalzante perdita di potere di Gheddafi: due caccia del tipo Sukhoi Su-22 sono stati fatti precipitare dopo che i piloti, eiettandosi fuori dal velivolo prima che venisse distrutto, rifiutano l'ordine di bombardare Bengasi; due navi alle quali era stato dato l'ordine di bombardare la città insorta non eseguono gli ordini e si rifugiano in acque maltesi.[81] Nello stesso giorno Malta rifiuta l'atterraggio all'aeroporto di Luqa di un ATR 42 della Libyan Airlines con 42 persone a bordo, tra cui ʿĀʾisha Gheddafi, figlia del dittatore, con la motivazione di "non creare un precedente"; il governo del Libano, inoltre, sostiene che la notte tra il 20 e il 21 febbraio sono pervenute altre richieste di asilo dalla famiglia Gheddafi, anch'esse rifiutate.[82]

Prima controffensiva del regime

Mentre le forze dei rivoltosi controllano ancora buona parte del paese (al-Saʿadī Gheddafi, secondogenito del colonnello, assicura invece che il regime controlla ancora l'85% del paese), giungendo ad assumere anche il controllo di Zuara, città ad appena un centinaio di chilometri ad ovest di Tripoli, l'esercito di Gheddafi lancia l'offensiva contro Zawiya, roccaforte filo-governativa a 40 chilometri dalla capitale.[83][84][85] Anche Misurata è presa di mira dalle forze lealiste che fanno ricorso massiccio ad armi pesanti e al supporto dall'aviazione militare.[84] Nel frattempo l'organizzazione di "Al-Qa'ida nel Maghreb islamico" interviene con un messaggio in sostegno alla rivolta del popolo libico, affermando: "Gheddafi è un assassino, sosteniamo la rivolta degli uomini liberi, nipoti di Omar al-Mukhtar".[84]
Dopo gli aumenti del prezzo del petrolio dei giorni precedenti, il costo del greggio continua la sua salita, sospinta dall'incertezza e dalla caoticità della situazione nella regione nordafricana e in Vicino Oriente.[85] Il Fondo Monetario Internazionale, oltretutto, rivede al rialzo le stime sui prezzi del petrolio per l'anno 2011.[85]
Gheddafi tiene un nuovo discorso via telefono alla nazione. Il dittatore accusa Osama bin Laden di "traviare i giovani" e afferma che il leader di al-Qāʿida "ha distribuito stupefacenti agli abitanti di al-Zāwiya per farli combattere contro il paese".[86] Gheddafi minaccia anche di chiudere i pozzi petroliferi, paventando l'abbassamento dei "salari e degli altri redditi".[87] Le città di al-Zāwiya e Misurata, oggetto della controffensiva del regime in mattinata, sono al centro di aspri conflitti tra truppe ancora fedeli al rais e forze ribelli. A Sebha, nel sud del paese, e a Sabratha, vicino Tripoli, si registrano combattimenti che vedono gli uomini del colonnello sempre più incapaci di rintuzzare l'ondata dei rivoltosi.[87]
All'interno della comunità internazionale si affaccia l'ipotesi di un intervento militare a carattere umanitario da parte della NATO, poi smentita dal segretario generale della NATO Anders Fogh Rasmussen, al termine dei colloqui avuti a Kiev con il presidente ucraino Viktor Janukovyč[88] L'intervento di Rasmussen arriva dopo che il leader cubano Fidel Castro aveva accusato gli Stati Uniti e le Nazioni Unite di essere pronti a invadere il paese nordafricano per difendere i propri interessi petroliferi.

I rivoltosi raggiungono i dintorni di Tripoli

Nella mattina del 25 febbraio, le forze dei rivoltosi conquistano definitivamente la città di Misurata.[89] Successivamente, i rivoltosi iniziano la battaglia per Tripoli, di cui, nel pomeriggio, riescono a conquistare l'aeroporto.[89] Quando la morsa si fa più stretta sulla capitale, dove il colonnello rimane asserragliato insieme ad alcuni figli, Saif el-Islam, secondogenito del rais, riferisce in un'intervista televisiva che "il piano A è di vivere e morire in Libia, il piano B è di vivere e morire in Libia, il piano C è di vivere e morire in Libia".[89]
Mentre nell'est del paese si festeggia il primo venerdì di preghiera a Bengasi, governata da un comitato di giudici e avvocati, prosegue l'emorragia di membri dell'establishment che abbandonano il dittatore: anche il procuratore generale e uno dei più stretti collaboratori del colonnello, Ahmed Kadhaf al-Dam, si uniscono agli insorti.[89][90][91]
Verso sera, Muʿammar Gheddafi tiene un discorso alla folla riunita nella piazza Verde di Tripoli, esortandola a prepararsi a combattere per difendere la Libia e preannunciando di essere in procinto di mettere a disposizione del popolo i depositi di armi. Il colonnello incita la (molta) gente che ancora lo sostiene affermando che è stata "la rivoluzione ad aver piegato il regno d'Italia in Libia".[92]
Secondo il sito israeliano Debkafile, centinaia di consulenti militari statunitensibritannici e francesi, inclusi agenti dei rispettivi servizi segreti, raggiungono la Cirenaica per aiutare i rivoltosi.[91] I consulenti, sbarcati a Bengasi e Tobruk, hanno lo scopo di organizzare i rivoltosi in unità paramilitari, addestrandoli all'uso delle armi, di preparare l'arrivo di altre unità militari e di aiutare i comitati rivoluzionari a stabilire infrastrutture governative.[91]
Secondo quanto riferisce la tv satellitare al Arabiya presente a Zawiya i rivoltosi sono ormai in pieno controllo del centro della cittadina, situata nella zona occidentale della Libia, tuttavia le forze fedeli a Gheddafi la circondano ancora. Esponenti dell'opposizione libica presenti a Bengasi annunciano il 27 febbraio la nascita di un Consiglio Nazionale Libico, che coordinerà le attività dei gruppi di rivoltosi e governerà le aree della Libia liberate dal regime di Mu'ammar Gheddafi.[93]
Il 28 febbraio, il colonnello Rashīd Rajab, che ha defezionato dal regime con il suo reggimento, riferisce alla stampa che sono in corso preparativi per lanciare l'attacco sulla capitale libica e che i militari e le forze dei rivoltosi dispongono di tutto l'equipaggiamento necessario, blindati e sistemi antiaerei, per sostenere un'offensiva.[94] Il colonnello conferma anche che gran parte della zona orientale fino al confine con l'Egitto è in mano ai rivoltosi.
La notte del 1º marzo, a Misurata, secondo un portavoce dei "Giovani della rivoluzione del 17 febbraio", diverse persone rimangono uccise dopo che forze fedeli a Gheddafi aprono il fuoco su un veicolo di civili.[95] Il regime intanto, che rafforza il confine con la Tunisia attuando posti di blocco per garantirsi uno sbocco per la fornitura di armi e uomini, all'inizio di marzo continua a mantenere il controllo della capitale e del circondario di Tripoli, mentre nel resto del paese non detiene più alcuna autorità e perde anche la gestione dei principali campi petroliferi libici, oltreché dei maggiori giacimenti di gas e petrolio in corso di sfruttamento.[96][97]

Seconda controffensiva del regime

Forze fedeli al leader libico e comandate dal gen. Jubran Husayn al-Warfali,[98][99][100] all'interno del quadro di un progetto di recupero dell'egemonia in Cirenaica, il 2 marzo riprendono il controllo, sebbene solo per un breve periodo, di Marsa el-Brega, città dell'est della Libia.[101][102]
Controffensive alle città prese dai rivoltosi da parte dei sostenitori del regime si prolungano per tutta la giornata del 2 marzo nelle città di Marsa el-Brega (al centro per tutto il giorno di aspri scontri) e ad Agedabia, con l'utilizzo di mezzi pesanti tra cui carri armati e caccia bombardieri. Il regime fa ricorso anche ai bombardamenti per riprendere la città di Brega, 700 km a est di Tripoli, zona di impianti petrolchimici. I rivoltosi, esposti soprattutto agli attacchi dall'alto richiedono l'aiuto della comunità internazionale e l'istituzione di una no fly zone per impedire agli aerei del regime di alzarsi in volo.[103][104][105]
Il 3 marzo si diffonde la notizia di una trattativa di pace avviata attraverso la mediazione e l'iniziativa di Hugo Chávez. Gheddafi si dice favorevole al piano, mentre il Segretario generale della Lega arabaʿAmr Mūsā, afferma di prendere in esame la proposta.[106] Mustafa Gheryani, portavoce del Consiglio nazionale, declina però ogni proposta di trattativa.[107]
I rivoltosi, intanto, respingono definitivamente l'attacco lealista al terminal petrolifero di Brega, mentre il leader libico invia minacce alle potenze straniere sul fatto che si rischierebbe un nuovo Vietnam qualora si verificasse un intervento NATO a supporto dei sediziosi.[106] Ai confini con la Tunisia, nel frattempo, da giorni si accalcano migliaia di persone, in gran parte profughi e gente in fuga dalle violenze, in attesa di poter varcare il confine.[108] Secondo alcune cifre, si tratterebbe di 60.000 persone. In Europa, e in Italia soprattutto, si teme l'arrivo in massa di rifugiati di nazionalità tunisina e egiziana per la maggior parte già presenti in Libia.[108] Per prevenire tale eventualità il governo italiano avvia una missione umanitaria in Tunisia inviandovi Croce RossaProtezione civile e Vigili del fuoco (protetti da militari), che allestiscono un campo profughi per dare assistenza a coloro che scappano dal territorio libico.[109]
Il 4 marzo, forze fedeli al colonnello Muʿammar Gheddafi riconquistano Zawiya, città situata in posizione strategica ad appena 50 chilometri di Tripoli, anche se sacche di resistenza resistono nella città. Si continuano a registrare bombardamenti presso la base militare di Agedabia (in arabo Aǧdābiya) in mano ai rivoltosi, che nel frattempo riconquistano lo scalo aereo di Ra's Lanuf, uno dei principali centri petroliferi del paese.[110][111][112][113] In un distretto di Tripoli, intanto, l'esercito spara contro una folla di contestatori, mentre in altre parti della capitale avvengono scontri fra manifestanti fedeli e contrari a Gheddafi. Secondo Al Jazeera, nella giornata del 4 marzo si contano almeno 50 vittime in tutto il paese.[114]
Il 5 marzo, l'esercito di Gheddafi sferra l'ennesimo attacco alla città di al-Zāwiya, ricorrendo a carri armati e mortai, mentre i rivoltosi continuano l'avanzata verso ovest e, dopo aver conquistato il piccolo agglomerato costiero di Ben Giawad, puntano verso Sirte, città natale del leader libico.[115][116] Il giorno successivo prosegue la battaglia ad al-Zāwiya: i governativi, dopo aver bombardato con i mortai il centro cittadino, entrano al mattino nella città appoggiati dai blindati, provocando un alto numero di uccisioni che, secondo alcune fonti, sarebbero 200. L'esercito riconquista anche la zona attorno Ben Jawad,[100]rimasta scarsamente presidiata dalle forze rivoluzionarie. Nelle stesse ore la televisione di Stato dirama la notizia di un accordo per la fine delle ostilità, raggiunto nella notte tra Gheddafi e i capi di alcune tribù, poi rivelatosi falso.[117][118][119][120]
Raʾs Lanuf è di nuovo al centro degli attacchi aerei e terrestri dell'esercito e dell'aviazione al servizio del regime che conduce una massiccia offensiva nell'est del paese per strapparlo al controllo dei rivoltosi.[121][122] Bombardamenti si verificano anche ad Agedabia, una delle principali località della Cirenaica in mano ai rivoltosi.[123] L'8 marzo al-Zawiya è di nuovo attaccata dalle forze armate rimaste fedeli al colonnello Gheddafi, mentre Raʾs Lanuf in mattinata è raggiunta da quattro raid aerei e al-Zintan è posta sotto assedio dai governativi. A Ben Jawad intanto la popolazione è alle prese con le conseguenze della battaglia dei giorni precedenti. In totale, secondo stime delle organizzazioni umanitarie, 200.000 persone sono state obbligate a mettersi in salvo dalle violenze.[124][125]

Proposta di via d'uscita a Gheddafi

L'8 marzo i rivoltosi propongono a Gheddafi di lasciare il potere entro 72 ore in cambio dell'improcedibilità al processo che potrebbe vedere il dittatore imputato per crimini contro l'umanità.[126] Il giorno dopo, mentre Gheddafi interviene sulla tv nazionale lasciando presagire un allargamento del caos "a tutta la regione, fino a Israele, qualora l'organizzazione terroristica di Bin Laden dovesse conquistare la Libia", Zawiya capitola di fronte all'imponente schieramento di forze governative, che entrano nella città impiegando una cinquantina di carri armati. A Misurata, invece, l'esercito di Gheddafi avanza, ma i rivoltosi oppongono una forte resistenza; a Ras Lanuf e Ben Giawad la battaglia infuria ancora.[127][128] Nel corso dei bombardamenti a Ras Lanuf vengono colpiti i depositi di greggio, mentre la raffineria di Zawiya chiude per l'intensificarsi della battaglia.[129] Dallo scoppio della rivolta in Libia la produzione petrolifera si riduce a meno di un terzo, dai precedenti 1,6 milioni di barili al giorno a 500.000.[130]

Ripiegamento dei rivoltosi e arretramento del fronte

Per la prima volta dall'esplosione della rivolta il fronte dei rivoltosi si ritira e cede terreno all'esercito governativo. Le truppe di Gheddafi conquistano nuovamente al-Zawiya, mentre avanzano sempre più risolutamente verso Ras Lanuf, dal cui controllo dipende la generale tenuta del baluardo anti governativo.[131][132] Il 10 marzo le forze aeree governative bombardano la città di Brega e le postazioni degli insorti situate nella città petrolifera di Ras Lanuf.[133] Il 15 marzo le brigate fedeli a Muʿammar Gheddafi entrano in mattinata nel centro della città di Zuwara, in Tripolitania, a pochi chilometri dal confine con la Tunisia, mentre raid aerei dei caccia libici vengono eseguiti in contemporanea su Agedabia, nella Cirenaica, e combattimenti continuano a svolgersi a Brega.[134][135]
Il 17 marzo la zona dell'aeroporto di Bengasi, capitale della rivolta, è soggetta ad attacchi aerei, mentre continui bombardamenti aerei avvengono anche su Agedabia. Il fronte delle forze fedeli a Gheddafi guadagna un significativo vantaggio e si appresta a sferrare l'attacco decisivo su Misurata e la stessa Bengasi, unici grossi centri ancora nelle mani dei rivoluzionari.[136] Il 18 marzo Misurata è oggetto di pesanti bombardamenti da parte dell'aviazione libica.[137]
Lo stesso giorno al-Zintan e Nalut, in Tripolitania, tra le prime ad essere state occupate dai rivoltosi il mese precedente, finiscono nelle mani di Gheddafi.[138] Al Arabiya annuncia nelle stesse ore che carri armati di Mu'ammar Gheddafi avanzano verso il centro di Misurata.[139] Nonostante la dichiarazione di "cessate il fuoco", seguita alla decisione dell'intervento armato ai danni di Gheddafi da parte dell'ONU, le forze del colonnello riprendono gli attacchi contro i rivoltosi a Misurata, mentre anche ad al-Zintan e Arrujban, nella zona di Gebel Nefusa, a sud di Tripoli, vengono operati indebiti attacchi dal cielo.[140]
Durante il mese di aprile, mentre l'intervento delle Nazioni Unite non produce un significativo arretramento della posizione dei lealisti e non sembra aver prodotto risultati rimarchevoli sotto il profilo del loro indebolimento militare e logistico, lo scontro tra l'esercito di Gheddafi (il cui potenziale, in circa un mese, è ridotto del 30-40% per effetto degli attacchi aerei delle forze armate dell'Alleanza Atlantica)[141] e le forze rivoluzionarie che controllano gran parte della Cirenaica raggiunge una fase di stallo. Da una parte le milizie rivoltose non riescono a guadagnare terreno nella marcia verso la Tripolitania, mentre le forze al servizio del colonnello non hanno modo di dare la spallata definitiva al nemico.
Il 1º luglio, in un discorso tenuto a Tripoli in cui chiama a raccolta i suoi sostenitori, Gheddafi accusa nuovamente la NATO di un intervento militare mirato esclusivamente ad impadronirsi delle risorse libiche. Dal numero di sostenitori presenti nella città si comprende che il consenso popolare nei confronti di Gheddafi è tutt'altro che finito.

Avanzata dei rivoltosi ad ovest

Gheddafi, nello stesso tempo, ha proseguito l'assedio di Misurata, completamente isolata in un territorio sotto il controllo delle sue truppe, per due mesi al centro di un'aspra battaglia risoltasi a metà maggio quando i ribelli hanno cacciato definitivamente i lealisti dal centro urbano conquistando l'aeroporto e hanno così potuto attaccare le postazioni nemiche intorno l'area cittadina. Quasi contemporaneamente le forze ribelli stanziate tra le montagne a sud di Tripoli hanno occupato una vasta area sotto il controllo del regime cercando a più riprese di avvicinarsi alla capitale.[142] Ad agosto i ribelli sono riusciti a riconquistare la città di al-Zawiya, avanzando verso Tripoli.

Battaglia per Tripoli

Il 20 agosto le forze anti-Gheddafi conquistarono il distretto di Tajura a est di Tripoli. Il 21 agosto i ribelli entrano a Tripoli e affermano di aver catturato i tre dei figli di Gheddafi, Saif el-Islam - ricercato come il padre dalla Corte penale internazionale dell'Aja per crimini contro l'umanità –, Saadi e Mohammed, ma in realtà non è così, tanto che poco dopo Saif compare in televisione acclamato dai suoi sostenitori, mentre i suoi fratelli guidano l'esercito lealista per le strade di Tripoli.[143][144] Il 22 agosto un portavoce dei ribelli ha sostenuto che le truppe governative controllavano ancora "dal 15% a 20% della città".[145] Il 23 agosto i ribelli sono riusciti ad attaccare il bunker del raìs, decapitando l'imponente statua che lo raffigurava, ma del colonnello e dei suoi figli non è risultata alcuna traccia. Nonostante la crescente euforia dei ribelli, Mustafa Abd al-Jalil ha avvisato che per dichiarare conclusa la guerra è ancora presto.[146] Il 24 agosto il presidente del CNT ha offerto una taglia di 1,6 milioni di dollari per la cattura o l'uccisione di Gheddafi.[147] Inoltre vengono rapiti quattro giornalisti italiani, liberati il giorno seguente.[148]
Il 25 agosto, mentre i ribelli hanno iniziato le prime esecuzioni dei mercenari alleati al governo, sono stati sbloccati i primi fondi per la ricostruzione libica: l'ONU ha infatti donato 1,5 miliardi di dollari all'ex regime, mentre Berlusconi ha assicurato al primo ministro del CNT Mahmud Jibril che l'Italia si impegnerà ad elargire una prima tranche di 350 milioni di euro. Intanto Gheddafi è stato localizzato nella sua città natale.[148]
Dopo la presa della città, per mano dei ribelli, si sono verificati episodi di stupro verso le donne di colore, lavoratrici provenienti dai paesi subsahariani che hanno trovato casa in Libia grazie alla politica delle «porte aperte» voluta da Mu'ammar Gheddafi.[149]

Le ultime roccaforti: Sirte e Bani Walid

Così il 26 agosto sono iniziati i bombardamenti NATO presso Sirte,[150] anche se il giorno seguente è stato comunicato che delle auto blindate avevano oltrepassato il confine, in direzione di Algeri.[151] Nonostante l'iniziale smentita del CNT e di Algeri stessa,[151] il 28 agosto è stata proprio la nazione limitrofa ad annunciare che la moglie di Gheddafi, la figlia e i figli Hannibal e Mohammad, accompagnati dai loro figli, si trovano in Algeria, malgrado non vi fosse alcuna traccia del colonnello.[152]
Frattanto, sebbene Gheddafi si fosse più volte dimostrato disposto a trattare,[153][154] i ribelli sono sempre rimasti inflessibili,[153] al punto da inviare a Sirte un ultimatum con scadenza prevista per il 3 settembre, il quale proponeva la soluzione unilaterale della resa del Ra'ìs.[155] Tuttavia, dopo l'incitamento di Gheddafi ai suoi sostenitori a "mettere la Libia a ferro e fuoco", l'ultimatum è stato prorogato di una settimana[156] ed esteso alle rimanenti città lealiste: Bani Walid, Giofra e Sebha.
Il 29 agosto 2011 è stato reso noto dal direttore di "Unicef Italia", Roberto Salvan, l'elevato "rischio di un'epidemia sanitaria senza precedenti" nella zona circostante Tripoli, la quale sarebbe dovuta alle carenze di acqua[157] provocate dai bombardamenti della NATO sulle tubature dell'acquedotto libico conosciuto come Grande fiume artificiale.
Il 1º settembre a Parigi si è svolta un'assemblea di 63 delegazioni che ha deciso lo scongelamento immediato di beni del regime per 15 miliardi di dollari (pari a 10,5 miliardi di euro) ed ha lanciato un forte appello al CNT affinché promuova la riconciliazione nazionale.[156] A seguito di questa assemblea, il CNT ha assicurato una nuova costituzione entro 8 mesi, dopo la stesura della quale saranno tenute libere elezioni.
Intanto Bouzaid Dorda, il capo dei servizi segreti di Gheddafi, è stato arrestato, mentre Saadi Gheddafi è fuggito in Niger[158] e altri familiari in Algeria, in un contesto in cui il Niger ha dichiarato di volersi adeguare alle decisioni della Corte penale internazionale, mentre l'Algeria, per riconoscere ufficialmente il CNT, è in attesa della formazione di un nuovo esecutivo libico.[159]
Dopo 6 giorni dalla scadenza dell'ultimatum, i ribelli riescono ad entrare a Bani Walid, ma vengono subito respinti dalle forze armate del Raìs. A Sirte, invece, i ribelli riescono a piantare la bandiera del CNT sul palazzo del governo.[160] Successivamente i ribelli penetrano a fondo nel territorio lealista conquistando le roccaforti di Sebha, Hun, Adana e Ghat, strappando il deserto libico alle truppe del Raìs, che rimangono asserragliate nella sola Bani Walid e nei sobborghi di Sirte.[161]

La sconfitta delle ultime città lealiste

Il 10 ottobre il CNT annuncia che i due terzi della città di Sirte sono in mano ai ribelli, che tenteranno di occuparla definitivamente entro pochi giorni. Il 17 ottobre Bani Walid cade, lasciando ai gheddafiani solo alcuni rifugi situati fra le montagne intorno alla città e nei pressi di Sirte. Il territorio libico è, alla data del 18 ottobre 2011, completamente sotto il controllo del Consiglio Nazionale di Transizione, con l'unica esclusione di piccole zone nei dintorni di Sirte e di Bani Walid, le quali vengono soppresse il 20 ottobre con la cattura e la morte del colonnello Gheddafi.

Morte di Gheddafi

Il 21 ottobre 2011 cade, dopo un assedio di 2 mesi, la città di Sirte, nella quale Mu'ammar Gheddafi, dopo aver lasciato Tripoli, si era asserragliato dal 21 agosto 2011. Mu'ammar Gheddafi, risultando vana ogni difesa, tenta di guadagnare il deserto per continuare la lotta ma il suo convoglio viene attaccato da parte di aerei francesi NATO.[162][163] Raggiunto da elementi del CNT, Gheddafi viene catturato vivo ma subito ucciso.[164] Gli ultimi momenti di vita del Ra'is libico vengono impressi in numerosi video dai presenti all'avvenimento. Anche il figlio Mutassim Gheddafi, che ha guidato militarmente la difesa di Sirte, viene fatto prigioniero da miliziani del CNT e, poco dopo, sommariamente giustiziato. Nel corso della stessa convulsa giornata trova la morte anche il Ministro della Difesa, il Gen. Abu Bakr Yunis Jabr. Trasferiti a Misurata, i corpi dei tre uomini vengono esposti al pubblico.
Il Presidente del CNT Mustafa Abd al-Jalil, dichiarando che Mu'ammar Gheddafi è stato, secondo la sua opinione, vittima del fuoco degli uomini della sua stessa scorta, ha annunciato una commissione indipendente che indagherà e farà, a suo dire, definitiva chiarezza sulle circostanze in cui è maturata quella morte.
Nel frattempo, smentite le voci diffuse dal CNT, che lo volevano ancora una volta morto, catturato o in fuga in NigerSaif al-Islam Gheddafi è succeduto al padre nella guida della resistenza nazionale libica e della Giamahiria ma il 19 novembre 2011 viene annunciato il suo arresto presso il confine tra la Libia e il Niger e il suo trasferimento in aereo presso il carcere di Zintan.[165]
I corpi di Mu'ammar e di Mutassim sono stati sepolti in una località segreta.[166] Saif al-Islam Gheddafi, prima dell'arresto avvenuto il 19 novembre, a mezzo della Tv siriana al-Ra'i ("L'opinione"), in un breve messaggio audio rivolto al CNT ha dichiarato: "Io vi dico, andate all'inferno, voi e la NATO dietro di voi. Questo è il nostro Paese, noi ci viviamo, ci moriamo e stiamo continuando a combattere".
Il 23 ottobre 2011, oggi festa nazionale libica (Libération Day), il Consiglio di transizione nazionale libico ritenne che la guerra civile libica sia terminata.

Reazioni internazionali

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La risposta violenta alla rivolta civile da parte di Gheddafi è stata duramente condannata dalla comunità internazionale. Il regime di Muʿammar Gheddafi perde l'appoggio di alcuni dei suoi più importanti diplomatici libici in Europa e nel mondo, tra cui l'ambasciatore in Italia, gli ambasciatori a ParigiLondraMadrid e Berlino e i diplomatici presso l'Unesco e l'ONU.[91][167]
La maggior parte degli stati occidentali condanna gli avvenimenti e le minacce di chiudere i pozzi di petrolio, anche se nessuno interviene ufficialmente. L'UE procede intanto all'attuazione di sanzioni contro la Libia di Gheddafi.[168][169] Il 26 febbraio il presidente degli Stati Uniti d'America Barack Obama firma una serie di sanzioni contro la Libia, tra cui il congelamento dei beni di Muʿammar Gheddafi e dei suoi familiari.[170]
L'Unione europea infine il 28 febbraio decide le sanzioni contro il regime di Gheddafi: il Consiglio europeo, attraverso i ministri dell'Energia dei 27 stati membri, approva l'embargo sulle armi stabilito dalla risoluzione ONU del 26 febbraio, aggiungendo anche l'embargo su tutti quegli strumenti che il regime potrebbe utilizzare nella repressione della rivolta in Libia. Inoltre, il Consiglio aggiunge il congelamento dei beni e restrizioni sui visti per lo stesso leader Gheddafi e 25 dei suoi familiari e persone della cerchia.[171]
Intanto le marine di numerosi stati, tra cui gli USA e Regno Unito, si posizionano nel Mediterraneo nell'eventualità di un attacco. Gli Stati Uniti studiano un piano d'azione per intervenire, valutando la possibilità di un attacco preventivo per neutralizzare le postazioni contraeree. In caso venga dichiarata una no-fly zone sui cieli libici si predispone la portaerei Enterprise con il probabile appoggio della stessa marina italiana. Il ministro della Difesa La Russa dichiara che potrebbe essere utilizzata la stessa Sicilia come punto strategico per far rispettare l'embargo.[172][173][174]
Il procuratore Luis Moreno-Ocampo della Corte penale internazionale annuncia l'apertura di un'inchiesta per crimini contro l'umanità in Libia, mentre Barack Obama sostiene di prendere in considerazione l'opzione militare affermando che "ciò di cui voglio essere sicuro è che gli Stati Uniti abbiano una piena capacità di azione, potenzialmente rapida, se la situazione dovesse degenerare in modo da scatenare una crisi umanitaria".[175][176][177] L'Interpol diffonde un'allerta internazionale a tutte le polizie mondiali per facilitare le operazioni della Corte penale internazionale e l'attuazione delle sanzioni ONU.[178][179]
Il 9 marzo proseguono le pressioni di Francia, Regno Unito e Stati Uniti sull'ONU per l'attuazione di una zona di divieto di sorvolo sui cieli libici.[180] Il vicepresidente Usa, Joe Biden, giunge a Mosca allo scopo di persuadere la Russia, contraria ad un attacco contro Gheddafi, a dare il consenso alla realizzazione della no-fly zone, che richiederebbe il ricorso allo stato di guerra contro Tripoli, primo passo informale verso l'apertura di un fronte di terra con l'obiettivo di sostenere i rivoltosi libici e disarcionare Gheddafi.[181][182]

Intervento dell'Organizzazione delle Nazioni Unite

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Il 17 marzo il consiglio di sicurezza dell'ONU discute una seconda proposta di no-fly zone, avanzata dalla Francia, che viene approvata a tarda sera.[183] La risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che chiede "un immediato cessate il fuoco", autorizza la comunità internazionale ad istituire una zona d'interdizione al volo in Libia e a utilizzare tutti i mezzi necessari per proteggere i civili e imporre un cessate il fuoco forzoso,[184] ad esclusione di qualsiasi azione che comporti la presenza di una "forza occupante".

Operazioni militari

Il 19 marzo, a seguito del proseguimento delle operazioni militari libiche contro gli insorti e in ottemperanza alla risoluzione ONU, la Francia avvia l'operazione Harmattan con le ricognizioni aeree dello spazio aereo libico da parte dei caccia RafaleMirage 2000-D e Mirage 2000-5[185][186] che successivamente, alle 17:45 circa (ora di Parigi), eseguono un attacco contro le forze lealiste al regime di Mu'ammar Gheddafi colpendo mezzi corazzati dell'esercito libico[187] nelle zone attorno alla città di Bengasi. L'attacco è seguito, qualche ora più tardi, dal lancio di 112 missili da crociera tipo Tomahawk da parte di 25 unità navali e sommergibili statunitensi e britannici, dispiegatesi per l'operazione Odyssey Dawn.[188]
Nella notte tra il 19 e il 20 marzo la RAF impiega i missili del tipo SCALP (Storm Shadow) su obiettivi militari libici, lanciati da aerei Tornado GR4, decollati dalla base RAF di Norfolk (operazione Ellamy).[189]
Tra i mezzi messi a disposizione per operazioni risultano anche velivoli delle forze aeree italianenorvegesiomanitedanesi e spagnole (i Paesi della cosiddetta coalizione partecipanti alla missione Odissea all'Alba) che però nelle prime fasi, fino al 27 marzo, non hanno effettuato in modo comprovato operazioni con l'uso attivo di missili o bombe.
L'Italia ha partecipato inizialmente con la messa a disposizione al Regno Unito e agli Stati Uniti d'America, e alla Danimarca, delle basi aeree di Sigonella (CT) e Gioia del Colle, e con l'impiego di cacciabombardieri Tornado ECR per la soppressione delle difese aeree nemiche (tuttavia, questi aerei non hanno dovuto impiegare il proprio armamento missilistico a causa della rinuncia libica ad utilizzare mezzi di rilevazione radar, al fine di evitarne la distruzione). In seguito, dal 25 aprile 2011 in avanti, ha messo a disposizione della coalizione, e, dal 28 aprile, utilizzato, i propri cacciabombardieri Tornado IDS per colpire "bersagli selezionati" di superficie delle forze armate libiche. A tale scopo, sono stati utilizzati in seguito anche 4 cacciabombardieri AV8 Harrier II Plus, dalla portaerei Giuseppe Garibaldi, ed un'aliquota imprecisata di cacciabombardieri AMX.

Bibliografia

·        Limes, Il grande tsunami, Roma, Gruppo Editoriale L'Espresso, 2011, ISBN non esistente.
·        Adly Farid, La rivoluzione libica. Dall'insurrezione di Bengasi alla morte di Gheddafi, Il Saggiatore collana La Cultura
·        Mahdi Darius Nazemroaya, La globalizzazione della Nato.

Voci correlate

·        Libia

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Intervento militare in Libia del 2011 (19 marzo - 31 ottobre 2011) – intervento militare internazionale svoltosi a sostegno dei ribelli libici del Consiglio nazionale di transizione.
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Intervento militare in Libia del 2011
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1leftarrow blue.svgVoce principale: Prima guerra civile libica. L'intervento militare in Libia del 2011 iniziò il 19 marzo ad opera d'alcuni paesi aderenti all'Organizzazione delle Nazioni Unite autorizzati dalla risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza che, nel marzo dello stesso anno, aveva istituito una zona d'interdizione al volo sul Paese nordafricano ufficialmente per tutelare l'incolumità della popolazione civile dai combattimenti tra le forze lealiste a Mu'ammar Gheddafi e le forze ribelli nell'ambito della prima guerra civile libica.
L'intervento fu inaugurato dalla Francia con un attacco aereo diretto contro le forze terrestri di Gheddafi attorno a Bengasi[23], attacco seguito, qualche ora più tardi, dal lancio di missili da crociera tipo "Tomahawk" da navi militari statunitensi e britanniche su obiettivi strategici in tutta la Libia.
Gli attacchi, inizialmente portati avanti autonomamente dai vari paesi che intendevano far rispettare il divieto di sorvolo, furono unificati il 25 marzo sotto l'Operazione Unified Protector a guida NATO. La coalizione, composta inizialmente da Belgio, Canada, Danimarca, Italia, Francia, Norvegia, Qatar, Spagna, Regno Unito e USA, s'espanse nel tempo fino a comprendere 19 stati, tutti impegnati nel blocco navale delle acque libiche o nel far rispettare la zona d'interdizione al volo. I combattimenti sul suolo libico tra il Consiglio nazionale di transizione e le forze di Gheddafi cessarono nell'ottobre 2011 in seguito alla morte del Ra'is. Conseguentemente, la NATO cessò ogni operazione il 31 ottobre.
I vari paesi hanno assegnato alle proprie missioni nomi differenti: Odyssey Dawn gli Stati Uniti d'America, la Danimarca, la Norvegia e l'Italia, Ellamy il Regno Unito, Mobile il Canada, Freedom Falcon il Belgio[24] e Harmattan la Francia.[25]
Contesto
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Lo stesso argomento in dettaglio: Prima guerra civile libica.

Le sommosse popolari scoppiate in Libia furono un ampio moto di protesta che, a partire dall'est del paese, coinvolse i maggiori centri abitati della Cirenaica, tra cui BengasiBeida e Dernai, in parte anche fomentate da mercenari del Qatar che hanno pagato delle tribù libiche affinché si ribellassero contro Tripoli[26]. La presunta repressione armata con cui rispose il governo libico tramutò le proteste in scontro aperto tra forze governative e manifestanti, i quali, anche grazie alla defezione di poliziotti e militari libici che disertarono e si rifiutarono di aprire il fuoco sui civili, si organizzarono in gruppi armati[27].
La rivolta esplose sull'onda di un moto di protesta generalizzato che coinvolse la Tunisia, l'Egitto e diversi altri stati arabi. Parte della popolazione si schierò con i rivoluzionari, invocando la fine del regime quarantennale di Gheddafi.
La risposta violenta alla rivolta civile da parte di Gheddafi venne duramente condannata dalla comunità internazionale. Il regime del colonnello libico perse l'appoggio di alcuni dei suoi più importanti diplomatici libici in Europa e nel mondo, tra cui l'ambasciatore in Italia, gli ambasciatori a ParigiLondraMadrid e Berlino, e i diplomatici presso l'UNESCO e l'ONU[28].
L'UE e gli Stati Uniti procedettero all'attuazione di sanzioni economiche contro la Libia e contro gli interessi all'estero dello stesso Gheddafi e della sua famiglia[29].
Nel frattempo le marine di numerosi stati si posizionavano nel Mediterraneo nell'eventualità di una risposta libica, studiando nel contempo piani d'intervento militare. Gli Stati Uniti in particolare predisposero la portaerei Enterprise con l'appoggio della marina italiana. Il Ministro della difesa La Russa dichiarò la disponibilità all'utilizzo della Sicilia come base strategica per far rispettare l'embargo nel Mediterraneo[30].
Intanto il procuratore Luis Moreno-Ocampo della Corte penale internazionale in seguito al mandato contenuto nella Ris. 1970 dell'ONU annunciò l'apertura di una inchiesta sui presunti crimini contro l'umanità in Libia[31]. L'Interpol diffuse un'allerta internazionale a tutte le polizie mondiali per facilitare le operazioni della Corte penale internazionale e l'attuazione delle sanzioni ONU[32].
Il 9 marzo proseguì la pressione degli Stati Uniti sull'ONU per la decisione dell'attuazione del divieto di sorvolo sulla Libia[33]. Il vicepresidente USA, Joe Biden, si recò in missione a Mosca per persuadere la Russia, contraria ad un attacco contro Gheddafi, a dare il consenso alla realizzazione della no-fly zone, primo passo informale verso l'apertura di un fronte di guerra a sostegno dei ribelli libici per spodestare Gheddafi[34].
Intervento dell'Organizzazione delle Nazioni Unite
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I capi di Stato riunitisi a Parigi il 18 marzo
Il 17 marzo il consiglio di sicurezza dell'ONU discusse una seconda proposta di "no-fly zone" avanzata dalla Francia, già aperta sostenitrice dei ribelli, e dalla Lega Araba.
Durante i lavori si tennero consultazioni tra le diplomazie e le rispettive dirigenze politiche: in Italia ebbe luogo una "consultazione informale di emergenza" che "si tenne in coincidenza con la celebrazione al Teatro dell'Opera dei 150 anni dell'Unità d'Italia"[35].
La proposta avanzata venne approvata dal Consiglio di sicurezza a tarda sera di quello stesso giorno[36].
La risoluzione consentiva l'utilizzo "di ogni mezzo" per proteggere i civili ed imporre un cessate il fuoco, ma escluse la possibilità di un'occupazione militare terrestre. Il Regno Unito si dichiarò immediatamente pronto a mobilitare l'aeronauticaentro poche ore, mentre il governo canadese già dal 2 marzo imbastì l'operazione Mobile (iniziata con lo scopo di evacuare i cittadini canadesi dalla Libia) ordinando la partenza della fregata Charlottetown (240 marinai assieme a un elicottero CH-124 Sea King) dal porto di Halifax in direzione del Mediterraneo di fronte alla Libia, dove giunse il 17 marzo[37]. In aggiunta a queste unità (riunite nella Task Force Charlottetown) il Canada mobilitò sei CF-188 Hornet e un CC-150 Polaris, per un totale di circa 100 uomini raggruppati nella Task Force "Libeccio", dislocata a Trapani-Birgi[37].
Il 18 marzo presso il Palazzo dell'Eliseo di Parigi si riunirono per pianificare l'operazione militare 24 leader internazionali, tra i quali il presidente francese, il più attivo promotore dell'intervento, i premier franceseitalianoinglesespagnolo, il Segretario dell'ONU, il Segretario di Stato americano e il ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti[38].
Operazioni militari
Primo giorno: 19 marzo
Nel pomeriggio di sabato 19 marzo 2011, a seguito degli attacchi libici perpetrati in violazione al cessate il fuoco imposto dalla risoluzione ONU 1973, cominciarono le ricognizioni aeree dello spazio aereo libico da parte dei caccia RafaleMirage 2000-D e Mirage 2000-5 francesi supportati da un aereo AWACS anch'esso francese[39][40], che successivamente, alle 17:45 circa (ora locale), eseguirono un attacco contro le forze lealiste al regime di Gheddafi, colpendo quattro mezzi corazzati dell'esercito regolare[23] impiegati nell'assedio di Bengasi (operazione Harmattan[25][41]).
L'intervento francese fu seguito, qualche ora più tardi, dal lancio di 112 missili da crociera tipo "Tomahawk" da unità navali statunitensi (cacciatorpediniere lanciamissiliStout e Barry e sottomarini nucleari ProvidenceScranton e Florida al comando dell'ammiraglio Samuel J. Locklear III, che può avvalersi anche delle navi d'assalto anfibio Kearsarge e Ponce[5] e di 15 velivoli[42]) e britanniche (sottomarino nucleare Triumph[43]) nel Mediterraneo (nomi in codice: operazione Odyssey Dawn per quella USA e operazione Ellamy per quella del Regno Unito, ma anch'essa sotto egida USA[6]) per colpire la difesa aerea ed altri obiettivi militari situati nell'ovest del Paese[44].

Nella stessa notte la RAF impiegò missili del tipo SCALP (Storm Shadow) contro obiettivi militari libici, lanciati da aerei Tornado GR4 decollati dalla base di Norfolk[6]. Il supporto è stato fornito da un Boeing E-3 Sentry con funzioni AWACS unitamente a due aerei da rifornimento: un TriStar e un Vickers VC10. Il comando supremo dell'operazione Ellamy è stato affidato all'Air MarshalStuart Peach, mentre il controllo delle forze aeree è andato all'Air Vice-Marshal Greg Bagwell e quello delle forze di mare al contrammiraglio Ian Corder (le fregate Westminster e Cumberland infatti sono state messe in allerta per ogni necessità)[6].
Allo scoppio delle ostilità l'Italia mobilitò e rischierò 200 uomini dell'aviazione e 1000 marinai. Il governo italiano fornì alla coalizione internazionale impegnata nelle incursioni l'appoggio logistico e strategico di sette basi aeree sul proprio territorio. Il centro di comando e coordinamento delle operazioni alleate fu stabilito nell'aeroporto di Capodichino. Nell'aeroporto militare di Trapani Birgi, sede degli F-16 ADF del 37º Stormo dell'Aeronautica Militare ove convergono i Tornado ECR del 50º Stormo di stanza a Piacenza (specializzati nella distruzione delle difese missilistiche e radar), i Tornado IDS del 6º Stormo di Ghedi (con capacità di attacco, ma utilizzati come aerocisterne per rifornire in volo gli altri Tornado) e i caccia intercettori Eurofighter del 4º Stormo di stanza a Grosseto. Venne impiegato anche l'aeroporto militare di Amendola, dove vennero armati i cacciabombardieri AMX e aeromobili a pilotaggio remoto Predator e la base di Gioia del Colle che ospitò gli Eurofighter; a queste, infine, si aggiungono la stazione aereo-navale di SigonellaAvianoDecimomannu e Pantelleria, la più prossima alla Libia[45][46].
All'appoggio aereo si aggiunse il dispositivo navale italiano, già da giorni pienamente operativo, presente con il cacciatorpediniere lanciamissili Andrea Doria, che incrociò nel Canale di Sicilia (dove navigano anche la nave ausiliaria Etna e il pattugliatore di squadra Borsini) con il compito di difesa aerea e antisommergibile, la portaerei Garibaldi e la fregata missilistica Euro[47].
Secondo giorno: 20 marzo

Nelle prime ore del 20 marzo l'USAF continuò i bombardamenti sul territorio libico con tre bombardieri stealth B-2 Spirit[48] decollati dalla Whiteman Air Force Base(Missouri), F-15E e F-16CJ, tutti al comando del maggior generale Margaret H. Woodward, capo delle forze aeree statunitensi impegnate nell'operazione Odyssey Dawn[49]. Il successo dei bombardamenti portò il Joint Chiefs of Staff Mike Mullen a dichiarare che, dopo un giorno dall'inizio delle operazioni, le difese aeree e gli aeroporti libici erano stati messi quasi completamente fuori uso[4].
Lo stesso 20 marzo salpò dal porto di Tolone una piccola flotta francese (Task Force 473 al comando del contrammiraglio Philippe Coindreau)[50] costituita dalla portaerei Charles de Gaulle, dalla nave-rifornimento Meuse e dalle fregate Aconit e Dupleix con destinazione le acque antistanti la Libia. Imbarcati in queste navi erano 26 aeromobili: 10 elicotteri, 8 caccia Rafale, 6 Super Étendard e 2 E-2C Hawkeye AWACS[51].
Nella notte tra il 20 e il 21 marzo s'alzarono in volo dalla USS Kearsarge gli AV-8B della 26th Marine Expeditionary Unit (MEU, colonnello Mark J. Desens) e dalle basi a terra i Boeing E/A-18G Growler per sferrare un nuovo attacco alle difese contraeree e alle forze terrestri di Gheddafi attorno ad Agedabia[42][52].

La Royal Navy britannica continuò il lancio di missili "Tomahawk" dal suo sottomarino schierato nella zona delle operazioni[53], mentre l'Italia prese parte per la prima volta al pattugliamento della zona d'interdizione al volo con quattro Tornado ECR assistiti da due Tornado AAR (Air-to-Air Refuelling, rifornimento in volo) partiti alle 20:00 dall'aeroporto di Trapani Birgi[54] che tuttavia non spararono missili, dovendo attaccare infatti solo se fossero stati rilevati radar accesi delle forze lealiste.[55].
Terzo giorno: 21 marzo
Il comandante dell'operazione Odyssey DawnSamuel Locklear III (a destra) a colloquio con il comandante della Task Force 473 francese Philippe Coindreau sulla Charles de Gaulle
I Tornado ECR italiani sorvolarono nuovamente, con esito finale positivo, lo spazio aereo libico facendo da deterrente contro i radar di Gheddafi, pronti a colpirli se fossero entrati in funzione[55]. Entrarono per la prima volta nello spazio aereo libico gli F/A-18 Hornet spagnoli e sono proseguiti i voli degli aerei francesi, danesi e britannici; questi ultimi impiegarono per la prima volta in assoluto su cieli nemici i caccia Eurofighter Typhoon arrivati il giorno prima a Gioia del Colle[56], contemporaneamente ad una nuova sortita dei Tornado GR4 partiti dall'Inghilterra per prevenire attacchi di Gheddafi contro la popolazione civile, e atterrati anch'essi a Gioia del Colle (tutto col sostegno costante di aerei AWACS e da rifornimento)[57]. La Task Force canadese "Libeccio" partecipò per la prima volta al controllo dello spazio aereo libico nella mattinata, senza sparare colpi, con quattro caccia CF-18 appoggiati da due aerocisterne CC-150 Polaris[58]. Anche il Belgio iniziò attivamente la partecipazione alle operazioni inviando quattro F-16 nell'aeroporto di Araxos (Acaia), di cui uno venne fatto decollare per verificare il rispetto del divieto di sorvolo, anche se non era stato necessario aprire il fuoco[59].
Verso le 17:30 EDT un F-15E Strike Eagle USAF precipitò nel nord-est della Libia in seguito a problemi tecnici[60], ma entrambi i piloti furono tratti in salvo: uno dai ribelli, l'altro dai Marine che lo portarono sulla nave Kearsarge circa 90 minuti dopo l'incidente, impiegando due CH-53E Super Stallion, due MV-22 Osprey, e due AV-8B Harrier, questi ultimi col compito di distruggere il relitto per impedire che altri si potessero impadronire delle tecnologie di bordo[12][61].
Le imbarcazioni militari britanniche non intrapresero azioni belliche, ma rimasero nella zona delle operazioni pronte a qualsiasi evenienza.[57]
Quarto giorno: 22 marzo
L'attività francese, così come quella italiana[62], del 22 marzo fu caratterizzata da ricognizioni armate (sono decollati anche aerei dalla portaerei Charles de Gaulle)[63] e dal potenziamento logistico per le basi di IstresSaint-DizierAvord e specialmente Solenzara (Corsica del Sud)[64]. Sempre il 22 marzo, in un bombardamento aereo nei pressi di Tripoli, venne ucciso il generale Jubran Husayn al-Warfali[65], comandante delle milizie lealiste nella seconda controffensiva in Cirenaica che, giunto alle porte di Bengasi, veniva richiamato in difesa della capitale libica dopo l'intervento militare NATO su mandato ONU. Gli aerei Nato bombardarono un impianto di costruzione di tubi a Brega uccidendo sei guardie della sicurezza. La Nato sostenne che l'impianto era utilizzato a scopi militari e che dei missili delle truppe pro-Gheddafi furono lanciati dal posto. L'attacco all'infrastruttura idrica avvenne nonostante che già dal 3 aprile 2011 la Libia aveva avvisato la Nato che i bombardamenti avrebbero potuto causare un "disastro umanitario ed ambientale" se fosse stato danneggiato il Grande fiume artificiale.[66] Il bombardamento costituì una violazione dei diritti umani.[67]
23-24 marzo, l'entrata in scena della NATO
Il 23 marzo la NATO cominciò, secondo quanto deciso il 22 marzo e come ordinato dall'ammiraglio James Stavridis[68], a pattugliare le acque internazionali antistanti la Libia per rendere effettivo l'embargo di armi verso il Paese nordafricano. I velivoli e le navi vennero dispiegati con la facoltà di fermare e perquisire tutte le imbarcazioni sospette, ma senza mandato per entrare nelle acque territoriali libiche[69]. Le unità navali messe in campo, prese dalle forze SNMG1SNMG2SNMCMG1 e SNMCMG2[70], erano più di 25, affiancate da una cinquantina tra aerei ed elicotteri,[71] il tutto sottoposto al comando del Ammiraglio di Squadra Rinaldo Veri dell'Allied Maritime Command Naples.[72] All'operazione, a cui partecipano Belgio, Canada, Danimarca, Grecia, Italia, Spagna, Paesi Bassi, Turchia, Regno Unito e Stati Uniti,[71] fu dato il nome di Unified Protector.[73]

La Francia il 23 marzo proseguì coi voli di ricognizione appoggiati da aerocisterne e aerei AWACS[74]; lo stesso può dirsi per l'Aeronautica Militare italiana;[75] quattro CF-18 canadesi distrussero con delle bombe a guida laser un deposito di armi a Misurata,[76] dove in tarda sera rimanevano solo pochi uomini fedeli a Gheddafi.
La notte tra il 23 e il 24 marzo l'aeronautica militare e l'aviazione navale francese cessarono d'operare esclusivamente sui cieli di Bengasi: una dozzina di velivoli tra Mirage 200D e Rafale bombardarono infatti la base aerea di Giofra (a metà strada tra Hon e Ueddan) appartenente alle forze di Gheddafi, situato a circa 250 km a sud delle coste libiche. Nel corso di una delle cinque missioni iniziate nel corso della giornata, una pattuglia di Rafale individuò un aereo che stava violando la no-fly zone e lo distrusse non appena questo fu atterrato a Misurata[77]. Il 24 marzo l'aeronautica militare norvegese spostò i suoi F-16 sotto comando statunitense, che li inviò in volo di pattuglia dalla baia di Suda.[78]
L'aeronautica militare canadese fece arrivare a Sigonella due CP-140 Aurora per implementare la sorveglianza marittima a guida NATO[79], inoltre potenziò l'apparato AWACS della NATO facendo affluire uomini dalla Germania e distrusse una postazione delle forze pro-Gheddafi vicino Misurata[80]. Dopo il tramonto la RAF lanciò alcuni missili anticarro Brimstone contro i veicoli corazzati di Gheddafi che minacciavano Agedabia[81] imitata dall'Armée de l'Air che colpì postazioni di artiglieria.[82]
Un fatto importante verificatosi nel corso della giornata del 24 marzo fu il perfezionamento dell'operazione Unified Protector cominciata ufficialmente questo giorno: l'ammiraglio James Stavridis, a capo del Supreme Headquarters Allied Powers Europe, designò il tenente generale dell'aeronautica militare canadese Charles Bouchard comandante dell'operazione.[83]
L'operazione Unified Protector
Alla coalizione s'unì il 25 marzo un altro paese, il Qatar, che mise a disposizione sei Mirage 2000-5 e due C-17A, subito passati a pattugliare i cieli libici in un'operazione congiunta coi caccia francesi.[82][84] Un raid aereo delle forze della coalizione venne effettuato contro le postazioni delle brigate di Muammar Gheddafi poste a difesa della porta occidentale di Agedabia, recentemente strappata ai rivoltosi. Nella città di Tripoli la zona della residenza-bunker del dittatore fu di nuovo oggetto dei bombardamenti, mentre anche a Sirte si registrarono siti colpiti.[85] L'aeronautica norvegese bombardò un aeroporto nelle prime ore notturne della giornata.[86]
Un Mirage 2000-5 della Qatar Emiri Air Force decolla dalla baia di Suda il 25 marzo
Lo stesso 25 marzo l'operazione Unified Protector allargò i suoi scopi impiegando i propri mezzi aerei per imporre il rispetto del divieto di sorvolo in Libia, impostando il centro di comando aereo a Smirne (Turchia) e il comando tattico a Poggio Renatico.[87] Il quartier generale di Unified Protector restò comunque sempre nella base di Napoli.[83]

Nella notte del 26 marzo proseguirono gli attacchi della coalizione. Tre ordigni colpirono la periferia est di Tripoli, distruggendo una caserma militare, dove divampò un incendio ed venne abbattuta una postazione radar. Bombardamenti furono effettuati inoltre su Zliten, città 160 km a est di Tripoli e a 50 km a ovest di Misurata,[88] e l'aeronautica francese distrusse al suolo cinque Soko G-2 Galeb e due Mil Mi-35 vicino Misurata. Nello stesso giorno, sul fronte terrestre, gli insorti riuscirono a riprendere il controllo del centro strategico di Agedabia.[89]
Lancio di un Tomahawk dalla USS Barry
L'aeronautica francese confermò la sua intenzione di colpire le zone attorno Misurata e Zliten conducendo raid contro veicoli blindati e depositi di armi il 27 marzo;[90] l'aeronautica danese invece bersagliò dei semoventi d'artiglieria a sud di Tripoli.[91] Il giorno successivo, 28 marzo, la RAF continuò a colpire blindati vicino Misurata e depositi di munizioni attorno Sebha.[92] Ancora il 28 marzo una piccola squadra di navi libiche, guidata dal pattugliatore Vittoria affiancato da 2 battelli minori venne affrontata vicino Misurata da forze statunitensi; un pattugliatore P-3 Orion, colpì il Vittoria con missili AGM-65F Maverick danneggiandolo gravemente; l'azione fu proseguita da un aereo A-10 Thunderbolt II che colpì i due battelli col cannone distruggendone uno e danneggiando gravemente l'altro; nell'area era presente il cacciatorpediniere lanciamissili Barry.[93]
Il 29 marzo la zona di Bab el-Azizia, dove si trovava il bunker di Gheddafi, era ancora sotto il fuoco degli aerei della coalizione. Due forti esplosioni colpirono la residenza del dittatore, mentre a Tajura, nella periferia est della città, diversi altri obiettivi furono oggetto di attacchi.[94]
Il 31 marzo, alle ore 6:00 GMT, e come deciso tre giorni prima, la NATO prese il comando di tutte le attività militari dei paesi aderenti alla risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza ONU racchiudendo in un unico comando le operazioni connesse al rispetto della zona d'interdizione al volo, all'embargo navale di armi e alla protezioni dei civili libici.[95] Le missioni aeree, così come i lanci di missili Tomahawk, della NATO andarono continuando con attacchi a siti militari, antiaerei e alle forze di terra pro-Gheddafi, con particolare impegno dell'aeronautica francese, e britannica. In soli due giorni, fino al 2 aprile, le forze NATO condussero 178 operazioni aeree in Libia e 74 attacchi aerei, potendo contare su una forza che vantavano complessivamente 205 aerei e 21 navi, messi a disposizione da 14 paesi membri dell'alleanza.[96] Il 1º aprile si registrarono tuttavia episodi di fuoco amico per mano degli aerei NATO nei confronti dei ribelli, che ebbero morti e feriti.[97]
Nella sera del 4 aprile, dopo attacchi condotti a Sirte e Brega, tutti gli aerei statunitensi vennero esonerati dal servizio attivo e inseriti nella riserva, da impiegarsi solo se lo avesse richiesto la NATO. Furonoimpiegati dei droni USA dal 24 aprile a Tripoli.[98]
Il 9 aprile si registrò la prima violazione della zona d'interdizione al volo da quando la NATO aveva assunto il comando delle operazioni: un MiG-23 ribelle s'alzò in volo da un aeroporto vicino a Bengasi ma fu costretto da aerei NATO ad atterrare nell'aeroporto di Benina.[99]
Tra l'8 e il 10 aprile 17 blindati dell'esercito di Gheddafi vennero abbattuti a Brega e Misurata dalle forze aeronavali occidentali, mentre sempre a Misurata, ad Ajdabiya e a Bengasi continuarono i combattimenti tra i ribelli e le milizie governative.[100]
Il 12 maggio alcuni barchini posamine veloci di Mu'ammar Gheddafi e una batteria costiera di lanciarazzi attaccarono alcune navi NATO che avevano bloccato l'accesso al porto di Misurata da parte dei gommoni governativi. Il cacciatorpediniere britannico HMS Liverpool (classe Type 42) aperse il fuoco col cannone costringendo i barchini a ritirarsi e ridusse al silenzio i lanciarazzi[101].
A fine maggio 8 navi di Gheddafi furono distrutte dalla NATO nel corso di un raid aereo notturno nel porto di Tripoli.[102]. Le operazioni della NATO portarono alla conquista di Tripoli, Sirte e di quasi tutta la Libia.
Il 20 ottobre 2011 Gheddafi venne ucciso dai ribelli mentre si nascondeva; ciò comportò la definitiva liberazione della Libia, e a fine ottobre le forze della NATO si ritirarono.
La partecipazione italiana alle operazioni belliche
Il 28 aprile, vi fu il primo coinvolgimento dei cacciabombardieri Italiani, in operazioni di attacco al suolo, nei confronti di obbiettivi militari libici. L'operazione venne condotta da una coppia di Tornado IDS del 6º Stormo di Ghedi[103], decollati dalla base aerea di Trapani-Birgi, nella zona della città di Misurata.
Analoghe operazioni di attacco al suolo, eseguite sempre da una coppia di Tornado IDS, sono state effettuate il 29 aprile, e in tutti gli altri giorni a seguire dell'operazione militare.
A queste operazioni, durante il prosieguo del conflitto, presero parte anche 8 cacciabombardieri AV8 Harrier II Plus della portaerei Giuseppe Garibaldi, ed un'aliquota imprecisata di cacciabombardieri AMX Ghibli.
Le basi militari usate dalla coalizione

Di seguito un elenco delle basi militari appoggianti:
·        Canada CanadaTrapani[104]
·        Danimarca DanimarcaSigonella
·        Francia FranciaSaint-Dizier-Robinson (Rafale), Nancy-Ochey (Mirage 2000D), Dijon-Longvic (Mirage 2000-5), Reims-Champagne (Mirage F1CR), Istres-Le Tubé (C-135FR), Metz-Frescaty (C-160G), Solenzara e Baia di Suda (in Grecia)[105]
·        Norvegia NorvegiaBaia di Suda[109]
·        Qatar Qatar: Baia di Suda[110]
·        Regno Unito Regno UnitoMarhamAkrotiriWaddington, Gioia del Colle[111]
·        Spagna SpagnaTorrejon[112]Rota
Forze in campo







B-2A Spirit dell'USAF e fregata Cumberland della Royal Navy.


La portaerei leggera Giuseppe Garibaldi della Marina Militare e un Tornado ECR dell'Aeronautica Militare.


E-3 AWACS della NATO e un aereo cargo dell'USAF C-17 Globemaster.
·        Belgio Belgio: sei caccia multiruolo F-16 Falcon della Componente aerea dell'armata belga basati ad AraxosGrecia, volati per la prima volta il 21 marzo.[59] La marina schierò il cacciamine Narcis per controllare, dal 23 marzo, l'embargo navale di armi. Il Narcis venne rilevato in agosto dal cacciamine Lobelia.[115]
·        Bulgaria Bulgaria: la fregata Drazki della marina militare bulgara raggiunse le coste libiche, per rafforzare il blocco navale NATO, insieme ad un team sanitario e ad aiuti umanitari il 2 maggio 2011. Il programma era di monitorare la zona per un mese e poi far ritorno in Bulgaria.[116]
·        Canada Canada: il Canadian Forces Air Command schierò sette cacciabombardieri CF-18, due aerocisterne CC-150 Polaris, due C-130J da trasporto, due CC-177 e due pattugliatori marittimi CP-140 Aurora. In totale sono circa 490 i militari coinvolti nell'operazione, compresi quelli imbarcati sulle fregate Charlottetown e Vancouver.[7][117] Notizie riportarono che uomini della Joint Task Force 2 avrebbero cooperato in Libia con forze britanniche SAS e SBS.[118]
·        Danimarca Danimarca: l'aeronautica militare danese partecipò con sei caccia F-16 e un C-130J-30 Super Hercules. Solo quattro caccia furono usati per azioni offensive, mentre gli altri due fungevao da riserva.[119][120] Il primo bombardamento danese avvenne il 23 marzo nell'ambito dell'operazione Odyssey Dawn, primo di una serie di attacchi che hanno portato la Danimarca a colpire il 17% degli obiettivi colpiti in Libia, facendo della propria aeronautica, insieme a quella norvegese, la più efficiente per quanto riguarda il rapporto voli effettuati/obiettivi colpiti.[121]
·        Emirati Arabi Uniti Emirati Arabi Uniti: il 24 marzo la United Arab Emirates Air Force inviò sei F-16 Falcon e sei Mirage 2000 che facevao base a DecimomannuSardegna[122][123] o TrapaniSicilia.
·        Francia Francia: L'Armée de l'air, che effettuò il 35% dei bombardamenti, dispiegò 19 Rafale, 18 tra Mirage 2000D e Mirage 2000-5F, 6 Mirage F1, 6 Super Étendard, 2 E-2C Hawkeye, 2 C-2 Greyhound, 2 elicotteri Tiger, 16 elicotteri Gazelle, 6 aerocisterne C-135FR e 1 AWACS E-3F, tutti operanti principalmente dalla métropole (3 Mirage 2000-5 e 6 Mirage 2000D erano di stanza nella Baia di Suda); in aggiunta vi era 1 C-160G in configurazione SIGINT anch'esso basato a Suda.
La Marine nationale inviò dapprima le fregate Forbin e Jean Bart, dal 22 marzo s'unì la "Task Force 374" composta dal gruppo aeronavale della Charles de Gaulle (10 Rafale M, 6 Super Étendard e 2 E-2C), dalle fregate Dupleix e Aconit, dal sottomarino nucleare Améthyste e dalla nave ausiliaria Meuse.[105] Per assistere i propri elicotteri la Francia dispiegò la nave d'assalto anfibia Tonnerre[124] e Mistral.
L'Armée de terre partecipò con degli elicotteri che operarono dalle due navi della classe Mistral, il Groupe Aéromobile (GAM) dispiegò, da maggio 2011, 14 elicotteri da combattimento: 2 Tiger, 8 Gazelle Viviane/Hot, 2 Gazelle Canon e 2 Gazelle Mistral, i cui raid ebbero effetti particolarmente devastanti e che si rivelarono decisivi per la vittoria.
·        Giordania Giordania: operarono dal 5 aprile sei caccia dell'aeronautica militare, che divenne così la terza potenza araba, dopo Qatar ed Emirati Arabi, ad unirsi all'operazione Unified Protector. Gli aerei, di cui non era stato reso noto il tipo, non vennero usati in combattimento, servendo unicamente come scorta agli aerei giordani trasportanti aiuti ai ribelli della Cirenaica.[125]
·        Grecia Grecia: la fregata Limnos della marina militare greca navigò nelle acque antistanti la Libia come parte dell'operazione Unified Protector.[126] La Polemikí Aeroporía, l'aeronautica militare, fornì elicotteri Super Puma e un aereo AWACS Embraer 145.[127][128]
·        Italia Italia: l'Italia partecipò all'attacco con 16 velivoli: cacciabombardieri Tornado ECR dell'Aeronautica Militare, impiegati per svolgere missioni SEAD, Tornado IDS ed Amx ACOL, supportati da due aerei cisterna (un KC-130J ed un KC-767), più un G.222VS da guerra elettronica, con la scorta di 8 caccia intercettori F-16, questi ultimi rilevati il 28 marzo da altrettanti Eurofighter Typhoon.[129][130][131] Il 26 marzo la Marina Militare fornì all'operazione Unified Protector la portaerei leggera Giuseppe Garibaldi (con otto caccia Harrier a decollo verticale, anch'essi messi a disposizione della NATO per lo svolgimento dell'operazione militare in Libia), che fu nave comando dal 25 marzo al 26 luglio il rifornitore di squadra Etna[132] impiegata dal 25 marzo al 1º giugno e la nave da sbarco San Giusto che svolse il ruolo di nave comando dal 27 luglio al 31 ottobre. Le altre navi della Marina Militare impiegate nell'operazione furono:
·        la nave da sbarco San Giorgio dal 22 febbraio all'8 marzo
·        il cacciatorpediniere Mimbelli dal 22 febbraio al 1* marzo
·        la nave da sbarco San Giorgio dal 22 febbraio al 7 aprile
·        il pattugliatore Libra dal 5 al 9 marzo e dal 16 al 22 marzo
·        il pattugliatore Bettica dal 5 al 9 marzo e dal 28 marzo al 10 maggio
·        il cacciatorpediniere Andrea Doria dal 7 marzo al 1º aprile
·        la fregata Euro dal 16 al 23 marzo e dal 25 maggio al 30 luglio
·        la fregata Libeccio dal 25 marzo al 25 maggio
·        il rifornitore di squadra Vesuvio dal 22 febbraio al 1º luglio
·        il pattugliatore Borsini dal 9 al 31 maggio
Nel corso delle operazioni furono impiegate dai Tornado e dagli AMX dell'Aeronautica e dagli Harrier della Marina Militare 313 GBU a guida laser e 345 JDAM a guida GPS sia da 227 che da 454 chili (costo medio di 40.000 euro/ordigno) oltre a 25 missili da crociera Storm Shadow (SCALP) (1 mln/ordigno[133]), su obiettivi fissi (depositi, postazioni d'artiglieria, centri di comando e controllo, radar) dislocati tra Brega, Sirte, Misurata, Tripoli e Sebha[134]. Il costo totale della missione italiana in Libia, comprensiva anche degli oneri sostenuti per le attività di accoglienza, gestione e rimpatrio dei profughi e degli emigranti, fu pari a 700 milioni di euro in tre mesi di operazioni: queste risorse provenivano dai fondi ordinari destinati al Ministero della Difesa[135][136].
L'Italia condusse, dal 28 aprile 2011, 1.900 missioni (di cui 310 per attacchi al suolo contro obiettivi predeterminati, 146 di neutralizzazione delle difese aeree nemiche[137][138]) per un totale di 7.300 ore di volo, l'utilizzo di EurofighterTornadoAMXPredatorKC-130 e KC-767 in missioni di ricognizione, pattugliamento, difesa aerea, rifornimento in volo, di neutralizzazione di obiettivi militari e la messa a disposizione di 7 basi aeree.[139]
·        NATO NATOE-3 Sentry AWACS pilotati da membri delle nazioni aderenti alla missione.[140]
·        Norvegia Norvegia: l'aeronautica militare norvegese inviò sei F-16 nella base aerea della Baia di Suda, a Creta, per concorrere ad assicurare il rispetto della zona d'interdizione al volo.[141][142] Il 24 marzo gli F-16 norvegesi passarono all'Africa Command che li impiegò nei cieli libici.[143]
·        Paesi Bassi Paesi Bassi: l'aeronautica militare olandese aveva in programma di mobilitare sei caccia F-16 (quattro operativi e due di riserva) e un'aerocisterna KDC-10.[144] La decisione finale era in discussione in parlamento.[145] La Koninklijke Marine invece dispiegò il cacciamine Haarlem per rafforzare l'embargo di armi alla Libia.[146]
·        Qatar Qatar: la Qatar Emiri Air Force contribuì con sei Mirage 2000-5EDA e un C-17 da trasporto accasati nella Baia di Suda.[84][147]
·        Regno Unito Regno Unito: l'impegno della Royal Navy consisté nell'invio di 2 sottomarini lanciamissili a propulsione nucleare classe TrafalgarHMS Triumph (S93) e HMS Turbulent (S87), e due fregate, la HMS Westminster (F237) e HMS Cumberland (F85), il cacciatoripediniere HMS Liverpool (D92) e il cacciamine HMS Brocklesby (M33).[148] la Royal Air Force fornì 8 Tornado e 10 Typhoon che inizialmente operarono dalle loro basi in Gran Bretagna per essere successivamente rischierati a Gioia del Colle, mentre aerocisterne TriStar e VC10 unitamente ad aerei da sorveglianza Sentinel R1 e Nimrod R1operavano dalla base RAF ad AkrotiriCipro.[149] Secondo fonti anonime, in Libia avrebbero operato uomini SASSRR e SBS per il coordinamento degli attacchi aerei sul suolo libico.[150][151]
·        Romania Romania: la marina rumena partecipò al blocco navale con la fregata Regele Ferdinand.[152]
·        Spagna Spagna: le forze armate spagnole parteciparono con quattro cacciabombardieri F-18, un'aerocisterna Boeing 707-331B (KC), la fregata Méndez Núñez, il sottomarino Tramontana ed un aereo CN-235 MPA per la sorveglianza marittima.[153]
·        Svezia Svezia: l'aeronautica militare svedese mise a disposizione otto caccia multiruolo Saab JAS 39 Gripen, un C-130 Hercules per il rifornimento in volo e un aereo da ricognizione.[154] I caccia, che entrarono in azione il 2 aprile, si limitarono a sorvegliare la zona d'interdizione al volo, non avendo il permesso di condurre attacchi al suolo.[155]
·        Turchia Turchia: la marina militare turca partecipa al blocco navale per l'embargo sulle armi guidato dalla NATO con cinque navi e un sottomarino. Concesse inoltre sei F-16 Fighting Falcon per le operazioni aeree.[156] Il 24 marzo, il parlamento approvò la partecipazione turca alle missione militare in Libia, inclusa la sorveglianza della zona di interdizione al volo.[157]
·        Stati Uniti Stati Uniti: la marina dispiegò una forza navale di 11 navi che includevano la nave da assalto anfibio Kearsarge, la nave da sbarco Ponce, i cacciatorpediniere lanciamissili Barry e Stout, i sottomarini nucleari d'attacco Providence e Scranton, il sottomarino lanciamissili da crociera Florida e la nave comando anfibia Mount Whitney.[158][159][160] Inoltre presero parte alle azioni sulla Libia bombardieri stealth B-2, aerei da attacco al suolo AV-8B Harrier II e EA-18, caccia F-15 e F-16[161] nonché aerei da ricongnizione U-2 stazionati a Cipro.[162] Il 18 marzo, giunsero alla base RAF Mildenhall due AC-130Ucosì come un'ulteriore aerocisterna. Dal 24 marzo due E-8C operarono dalla NAS Rota, indice dell'aumento di attacchi al suolo. Dal 24 aprile vennero impiegati due UAV RQ-1 Predator.
Voci correlate
·        Operazione Cyrene
Altri progetti
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Collegamenti esterni
·        Contributo italiano, su difesa.it.
·        (ENDettagli sulla risoluzione ONU n. 1973, su un.org.
·        Opération Harmattan, defense.gouv.fr, 3 aprile 2011. URL consultato il 5 aprile 2011.
·     Opération Harmattan - Points sur la situation opérationnelle, defense.gouv.fr, 4 aprile 2011. URL consultato il 5 aprile 2011.
·     Opération Harmattan - Photos, defense.gouv.fr, 21 marzo 2011. URL consultato il 5 aprile 2011.
·     Opération Harmattan - Videos, defense.gouv.fr, 22 marzo 2011. URL consultato il 5 aprile 2011.
·        (ENFoto relative all'operazione Ellamy, su raf.mod.uk.
·        (ENVideo relativi all'operazione Ellamy, su raf.mod.uk.
·        (ENFoto relative all'operazione Mobile, su combatcamera.forces.gc.ca.
·        (ENFoto relative all'operazione Odyssey Dawn (USAF), su af.mil (archiviato dall'url originale il 6 luglio 2012).
·        (ENVideo relativi all'operazione Unified Protector, su jfcnaples.nato.int.
·        (ENFoto relative all'operazione Unified Protector, su nato.int.
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·        Seconda guerra civile in Libia (16 maggio 2014 - in corso) – conflitto in corso tra due governi rivali, basati a Tripoli e Tobruk.
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Seconda guerra civile in Libia
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La seconda guerra civile in Libia[13][14] è un conflitto armato scoppiato in Libia nel 2014 tra due coalizioni e due governi rivali: da una parte il governo internazionalmente riconosciuto, basato nella città orientale di Tobruk e sostenuto dalla Camera dei rappresentanti e dall'operazione Dignità del generale Haftar; dall'altra parte il governo basato nella capitale Tripoli e sostenuto dal Nuovo Congresso Nazionale Generale e dalla coalizione di Alba Libica.[15][16] Entrambe le coalizioni riunivano diversi gruppi armati debolmente alleati tra loro.[17] Dopo ottobre 2014 una terza forza, i militanti affiliati allo Stato Islamico (ISIS), ha fatto ingresso nella guerra, prendendo il controllo prima della città di Derna e poi di Sirte.[18] A partire da marzo 2016, un accordo di pace negoziato sotto l'egida dell'ONU ha portato all'insediamento a Tripoli di un nuovo Governo di Accordo Nazionale internazionalmente riconosciuto, che ha la lealtà di autorità e milizie dell'ovest del Paese, ma non ha ancora ottenuto l'appoggio della Camera dei rappresentanti di Tobruk e del generale Haftar.
Sin dalle prime fasi della guerra, l'Egitto e gli Emirati Arabi Uniti hanno sostenuto il generale Haftar, intervenendo anche con attacchi aerei contro Alba Libica e contro l'ISIS.[17] Il Qatar e la Turchia hanno aiutato Alba Libica.[17][19] Dal 2016, un crescente coinvolgimento delle potenze occidentali ha visto lo schieramento di forze speciali e bombardamenti statunitensi contro l'ISIS a Sirte.
Antefatti
Le conseguenze della prima guerra civile libica sono state caratterizzate da un marcato cambiamento dell'ordine politico e sociale dopo il rovesciamento e l'uccisione di Mu'ammar Gheddafi il 20 ottobre 2011. Il Paese è stato soggetto a perdurante proliferazione delle armi, violenza settaria e caos politico, con ricadute sui Paesi circostanti tra cui il Mali, dove l'afflusso di armi e combattenti provenienti dalla Libia ha provocato lo scoppio di una guerra civile nel 2012. Dalla sconfitta delle forze gheddafiane, la Libia è stata lacerata tra numerose milizie armate rivali di ex ribelli affiliate a regioni, città e tribù, mentre il governo centrale è stato debole e incapace di stabilire la sua autorità sul Paese. In assenza di un esercito organizzato, le milizie armate degli ex ribelli hanno continuato ad affermare il loro ruolo di “guardiani della rivoluzione”, e un conflitto a bassa intensità tra milizie rivali è continuato nel 2012 e nel 2013 con circa 500 morti all'anno.[20][21]
Il 7 luglio 2012, I Libici votarono nella loro prima elezione parlamentare dalla fine del precedente regime. L'8 agosto 2012, il Consiglio Nazionale di Transizionecedette ufficialmente il potere all'interamente eletto Congresso Nazionale Generale (GNC), cui fu affidato l'incarico di formare un governo ad interim e di stendere una nuova Costituzione da approvare in un referendum generale.[22]
L'11 settembre 2012, militanti di Ansar al-Shari'a (Libia) attaccarono il consolato statunitense a Bengasi, uccidendo l'ambasciatore americano in Libia Christopher Stevens e altre tre persone. L'incidente suscitò sdegno negli Stati Uniti e in Libia.[23][24][25]
Il 14 ottobre 2012, il Congresso Nazionale Generale elesse l'ex membro del GNC e avvocato per i diritti umani Ali Zeidan come Primo ministro.[26][27][28] L'11 marzo 2014, essendo stato sfiduciato dal GNC per non essere riuscito a fermare una nave carica di petrolio non autorizzata a salpare,[29] Zeidan si dimise, e fu rimpiazzato dal Primo ministro Abdullah al-Thani.[30]
Cronologia degli eventi
La formazione di due governi rivali (maggio – ottobre 2014)
All'inizio del 2014, la Libia era governata dal Congresso Nazionale Generale (GNC), eletto con un mandato di 18 mesi nel luglio 2012. Da allora, i partiti islamistiavevano preso il controllo dell'assemblea, prevalendo sulla maggioranza centrista e liberale, ed eleggendo Nuri Busahmein come presidente del GNC nel giugno 2013.[31] Nel dicembre 2013, il GNC vota per applicare una variante della Sharia[32] e decide di estendere il suo mandato per un anno fino al dicembre 2014.[33]
Il 14 febbraio 2014, il generale Khalifa Haftar, che aveva servito sotto il precedente regime di Mu'ammar Gheddafi, richiede la dissoluzione del GNC e la formazione di un governo ad interim che presieda a nuove elezioni, minacciando un colpo di Stato.[34]
Il 16 maggio 2014, le forze leali al generale Haftar lanciano unilateralmente un'offensiva terrestre e aerea su larga scala chiamata operazione Dignità (in araboعملية الكرامة‎; Amaliya al-Karamah) contro i gruppi armati islamisti (tra cui Ansar al-Shari'a) a Bengasi, promettendo di liberare il Paese dalla violenza delle milizie islamiste. Il primo ministro al-Thani sconfessa l'operazione, condannandola come illegale e come un tentato colpo di Stato.[35][36] Due giorni dopo, le milizie di Zintan alleate con Haftar attaccano la sede del parlamento a Tripoli per ottenerne la dissoluzione.[37]
Il Congresso Nazionale Generale è quindi costretto a indire nuove elezioni per un nuovo parlamento di 200 membri, la Camera dei rappresentanti.[38] Le elezioni si tengono il 26 giugno, in collegi in cui, a differenza che nelle precedenti elezioni del 2012, non possono presentarsi liste elettorali di partito, ma solo candidati indipendenti. 12 membri non possono essere eletti poiché alcuni seggi rimangono chiusi a causa delle violenze, e in tutto il Paese solo il 18% dell'elettorato (circa 630.000 persone) si reca a votare.[39][40][41] I risultati elettorali, annunciati il 21 luglio, vedono una decisiva sconfitta degli islamisti predominanti nel precedente parlamento e un'affermazione dei candidati liberali e federalisti.[42] In base alle regole elettorali, il nuovo parlamento dovrebbe riunirsi nella città di Bengasi anziché nella capitale Tripoli, come segno di avvicinamento delle istituzioni alla metà orientale del Paese; tuttavia, la maggior parte dei parlamentari, ritenendo Bengasi troppo pericolosa a causa dei combattimenti in corso tra Haftar e le milizie islamiste, preferisce riunirsi a Tobruk, sotto il controllo del generale Haftar. Trenta deputati ostili alla nuova maggioranza, tra cui islamisti e misuratini, decidono quindi di boicottare il nuovo parlamento, alla cui inaugurazione a Tobruk, avvenuta il 4 agosto, si presentano solo 153 membri su 188 eletti.[43][44][45]
Nel frattempo, il 13 luglio 2014, temendo i risultati elettorali,[46] alcune milizie islamiste di Tripoli (in particolare la Camera Operativa dei Rivoluzionari Libici) e le milizie di Misurata lanciano l'operazione Alba Libica per sottrarre il controllo dell'aeroporto internazionale di Tripoli alle milizie di Zintan (alleate con il generale Haftar), che lo controllavano dalla fine del 2011.[47] Il 23 agosto, nonostante l'intervento militare degli Emirati Arabi Uniti, che bombardano le posizioni di Alba Libica, le milizie di Zintan sono costrette a ritirarsi dall'aeroporto e da Tripoli.[48][49] Due giorni dopo, il 25 agosto, su richiesta di Alba Libica, 94 membri del vecchio Congresso Nazionale Generale, tra cui coloro che avevano boicottato la Camera dei rappresentanti di Tobruk a inizio agosto, si riuniscono nuovamente come Nuovo Congresso Nazionale Generale e si proclamano parlamento legittimo al posto della Camera dei rappresentanti recentemente eletta, con Tripoli come loro capitale politica, Nuri Busahmein presidente e Omar al-Hasi primo ministro.[50][51]
Anche il governo sostenuto dalla Camera dei rappresentanti di Tobruk, presieduto dal riconfermato al-Thani, è quindi costretto a trasferirsi da Tripoli all'est del Paese agli inizi di settembre.[52][53] La Camera dei rappresentanti e il governo di al-Thani si allineano progressivamente alle forze precedentemente autonome di Haftar, appoggiando ufficialmente l'operazione Dignità in ottobre,[54] e nominando infine Haftar capo del ricostitutendo esercito libico nel marzo 2015.[55]
Il paese risulta così diviso tra due governi rivali, con Tripoli e Misurata controllate da forze leali ad Alba Libica e al nuovo GNC di Tripoli, mentre la comunità internazionale riconosce il governo di Abdullah al-Thani e il suo parlamento a Tobruk. Bengasi rimane contesa tra le forze filo-Haftar e gli islamisti radicali di Anṣār al-Sharīʿa. In settembre, il Rappresentante speciale dell'ONU Bernardino León avvia un nuovo processo di dialogo politico in Libia, per ottenere una soluzione diplomatica e non militare al conflitto e favorire la creazione di un governo di unità nazionale.[56] Il 6 novembre, la corte suprema di Tripoli ordina lo scioglimento della Camera dei rappresentanti, dichiarandola illegittima.[57] La Camera dei rappresentanti rifiuta la sentenza, sostenendo che sia stata emessa "sotto minaccia",[58] e la comunità internazionale continua a riconoscere come legittimi il parlamento e il governo di Tobruk.
La lotta per il petrolio e la comparsa dell'ISIS (ottobre 2014 - aprile 2015)
Il 3 ottobre, a Derna, una formazione islamista radicale, il Consiglio consultivo dei giovani islamici (Majlis Shura Shabab al-Islam), attivo a Derna da aprile, dichiara la propria affiliazione al cosiddetto Stato Islamico (ISIS) di Abu Bakr al-Baghdadi, proclamando il territorio sotto il suo controllo nella città come parte del “califfato” proclamato da al-Baghdadi a Mosul nel giugno 2014. Un altro gruppo ribelle islamista di Derna, la brigata dei martiri di Abu Salim, prende le distanze dal proclama del Consiglio, dichiarando che non si sarebbe affiliato ad alcun gruppo al di fuori della Libia.[59]

In novembre, milizie Tuareg sostenute dal governo di Tripoli e da milizie di Misurata strappano ai Tebu il controllo del grande campo petrolifero di Sharara, nel sud-ovest della Libia; per rappresaglia, le milizie di Zintan, alleate coi Tebu, chiudono l'oleodotto che trasporta il petrolio di Sharara ai terminal del nord, causando l'interruzione della produzione di 300.000 barili di petrolio al giorno.[60]
Il 27 dicembre, le milizie di Misurata lanciano un'offensiva per strappare il controllo dei porti di Sidra e Ras Lanuf, tra i più importanti in Libia per l'esportazione del petrolio, alla Guardia degli impianti petroliferi (PFG) del leader federalista Ibrahim Jadran, alleata con il governo di Tobruk. L'offensiva non ha successo e le forze di Misurata si ritirano da Sidra a fine marzo 2015, ma la distruzione delle infrastrutture attorno a Sidra ferma la produzione nei campi petroliferi che riforniscono il terminal.[60]
Il 27 gennaio, i miliziani fedeli all’ISIS rivendicano un attentato all’hotel Corinthia di Tripoli, in cui muoiono cinque libici e cinque stranieri. L’8 febbraio, con l’aiuto di membri di Anṣār al-Sharīʿa, i jihadisti dell’ISIS prendono il controllo di Nofaliya, a est di Sirte, e il 13 febbraio entrano a Sirte, impadronendosi di una tv e di due radio locali.[61] Il 14 febbraio l'ambasciata italiana a Tripoli, l'ultima rappresentanza occidentale ancora attiva, viene evacuata. In risposta all'avanzata dell'ISIS, i ministri degli Esteri e della Difesa italiani, Gentiloni e Pinotti, prospettano un possibile intervento militare italiano, la cui imminenza viene però smentita dal Presidente del Consiglio, Matteo Renzi.[56]
Il 15 febbraio, i miliziani dell’ISIS in Libia pubblicano un video raffigurante la decapitazione di ventuno cristiani copti egiziani che il gruppo aveva precedentemente rapito a Sirte.[62] Il giorno seguente, in risposta alle uccisioni, l'Egitto, che fino a quel momento aveva fornito supporto indiretto al generale Haftar, interviene direttamente nel conflitto, eseguendo degli attacchi aerei contro obiettivi dello Stato Islamico a Derna, in coordinazione col governo di Tobruk.[63] Il Consiglio di Sicurezza dell'ONU respinge però una bozza di risoluzione dell'Egitto, tesa a legittimare l'appoggio militare al governo di Tobruk nel conflitto libico e la rimozione, limitatamente al governo di Tobruk stesso, dell'embargo sulle armi, in vigore dal 2011.[56] Gli Stati occidentali, in particolare, reiterano il loro sostegno al processo di pace per la formazione di un governo di unità nazionale, di contro al sostegno unilaterale dell’Egitto al governo di Tobruk.[64] Per rappresaglia contro gli attacchi egiziani, il 20 febbraio l'ISIS esegue degli attentati suicidi nella città orientale di Gubba, tra Tobruk e Beida, uccidendo almeno 40 persone.[65]
A fine marzo 2015, le milizie di Misurata si ritirano da Ben Giauad, dove avevano stabilito una base nell'offensiva contro il terminal petrolifero di Sidra. Il ritiro è motivato dall'esigenza di concentrare lo sforzo bellico contro le milizie dell'ISIS a Sirte.[66]
Il 18 aprile 2015, un barcone carico di migranti si rovescia in prossimità della costa libica, provocando oltre 700 morti in una delle più grandi stragi di migranti nel Mediterraneo. In reazione, l'Unione Europea lancia, tra l'altro, l'Operazione Sophia, un'operazione militare nel Mediterraneo centrale finalizzata a contrastare i trafficanti di migranti; l'operazione avviene in acque internazionali, ma viene previsto che la sua fase finale possa comportare anche interventi contro i trafficanti di migranti nelle acque e sul suolo della Libia, previo consenso dell'ONU e del governo libico.[67]
L'espulsione dell'ISIS da Derna e il suo consolidamento a Sirte (maggio - novembre 2015)
Tra fine maggio e inizio giugno, le forze affiliate allo Stato Islamico a Sirte lanciano una nuova offensiva contro le forze di Misurata a ovest e sud di Sirte, conquistando l'aeroporto civile e militare di al-Gardabiya a sud di Sirte e attaccando un posto di blocco alla periferia di Misurata.[68] A inizio giugno, l'ISIS conquista il villaggio di Harawa, a est di Sirte.[69] Il radicamento dell'ISIS a Sirte, città natale di Gheddafi, è favorito da defezioni dall'ala locale di Ansar al-Sharia, attiva a Sirte dal giugno 2013, e dal sostegno di ex lealisti gheddafiani, emarginati in seguito alla guerra civile del 2011, in modo simile agli ex-baathisti in Iraq.[61]
L'avanzata dell'ISIS nell'area di Sirte è controbilanciata dall'espulsione delle forze dell'ISIS da buona parte di Derna, loro prima roccaforte in Libia, il 14 giugno 2015, dopo cinque giorni di violenti scontri con il Consiglio consultivo dei mujahideen di Derna, una coalizione di gruppi armati jihadisti non affiliati allo Stato Islamico, tra cui la Brigata dei martiri di Abu Salim.[70][71] Si manifesta così anche in Libia il fenomeno, già osservato nella guerra civile siriana sin dal gennaio del 2014, dello scontro tra gruppi jihadisti diversi per ideologia e strategia, in particolare tra l'ISIS e i gruppi vicini ad al-Qaida.[72]
Oltre ad intensificare le loro offensive in Libia, i militanti libici dell'ISIS sono sospettati di essere coinvolti negli attacchi nella confinante Tunisia, colpita dall'attentato al museo nazionale del Bardo a marzo e dall'attentato di Susa a giugno, eseguiti da attentatori sospettati di essersi addestrati in un campo di addestramento dell'ISIS a Sabrata, vicino al confine con la Tunisia.[73]
Nella notte tra il 14 e il 15 giugno, un attacco aereo degli Stati Uniti nei pressi di Agedabia, coordinato con il governo libico di Tobruk e diretto contro il terrorista algerino Mokhtar Belmokhtar, porta all'uccisione di sette militanti legati ad al-Qaida ed Ansar al-Sharia, tra cui, secondo fonti del governo di Tobruk smentite dagli jihadisti, lo stesso Belmokhtar.[74][75]
Nella seconda metà del 2015, i militanti dell'ISIS consolidano la propria presenza a Sirte, reprimendo violentemente una rivolta di matrice salafita scoppiata in agosto[76] e mantenendo stretti contatti con la leadership dell'ISIS in Iraq e Siria, la quale, sotto la pressione dell'intervento militare internazionale in Mesopotamia, vede nelle province libiche un territorio in cui potersi ritirare in caso di ulteriori sconfitte.[77] Il 13 novembre, gli Stati Uniti effettuano un attacco aereo nei pressi di Derna diretto contro Abu Nabil al Anbari, emissario iracheno di al- Baghdadi in Libia, nel loro primo attacco contro l'ISIS in Libia. Al Anbari viene ucciso nell'attacco.[78][79]
Il rilancio del processo di pace e le ipotesi di intervento militare occidentale (dicembre 2015 - febbraio 2016)
Nel corso del 2015, i colloqui di pace tra i due parlamenti rivali tenuti sotto l'egida dell'ONU procedono a rilento, a causa della presenza di gruppi oltranzisti in entrambi gli schieramenti. Il 5 ottobre, la Camera dei Rappresentanti di Tobruk, eletta nel giugno 2014, vota per estendere il proprio mandato oltre la scadenza del 20 ottobre.[80] L'8 ottobre, l'inviato speciale dell'ONU Bernardino León annuncia che Fayez al-Sarraj sarà nominato primo ministro di un nuovo governo di unità nazionale che dovrebbe ricevere il voto favorevole dei due parlamenti.[81] Il 17 novembre, il diplomatico tedesco Martin Kobler sostituisce lo spagnolo León come inviato speciale dell'ONU, dopo uno scandalo scoppiato a causa della decisione di León di accettare un incarico dagli Emirati Arabi Uniti, sostenitori del governo di Tobruk nel conflitto libico.[82] Pochi giorni dopo un'ampia conferenza di pace svoltasi a Roma il 13 dicembre, cui partecipano rappresentanti di numerosi Stati e una delegazione dei due parlamenti libici,[83] l'accordo di pace (detto LPA, Libyan Political Agreement) per la formazione di un governo di unità nazionale negoziato sotto l'egida dell'ONU viene firmato a Skhirat (Marocco) il 17 dicembre da numerosi membri dei due parlamenti libici, senza però un voto favorevole da parte dei parlamenti stessi, a causa dell'opposizione dei due presidenti Nuri Busahmein e Aguila Saleh Issa.[84] Fayez al-Sarraj viene quindi posto a capo di un Consiglio presidenziale (PC) di nove membri, facente funzione di Capo di Stato, e viene incaricato di formare entro 30 giorni un nuovo governo, riconosciuto dalla comunità internazionale, che ottenga la fiducia della Camera dei rappresentanti e si insedi nuovamente a Tripoli. Il 23 dicembre, il Consiglio di Sicurezza dell'ONU riconosce all'unanimità il futuro governo di unità nazionale come solo governo legittimo della Libia e invita gli Stati membri a rispondere a eventuali richieste di assistenza del nuovo governo per stabilizzare la Libia.[85][86]
Tra il 4 e il 5 gennaio 2016, l'ISIS lancia un'offensiva a est di Nofaliya per catturare i porti petroliferi di Sidra e Ras Lanuf, ancora controllati dal PFG di Jadran e chiusi da oltre un anno, a causa dei precedenti combattimenti tra il PFG e le forze di Alba Libica. L'offensiva dell'ISIS viene respinta, ma l'ISIS si impadronisce della cittadina di Ben Giauad, a ovest di Sidra.[87] Il 7 gennaio, un attacco suicida contro un'accademia delle forze di polizia a Zliten (tra Tripoli e Misurata, sotto il controllo del GNC) uccide 65 persone. Della responsabilità dell'attentato, uno dei più gravi nella storia recente della Libia, viene sospettato l'ISIS.[88]
Le nuove offensive dell'ISIS in Libia rendono sempre più insistenti le voci di un imminente intervento militare occidentale contro l'ISIS da parte di Stati Uniti, Francia, Italia e Regno Unito, su richiesta del futuro governo di unità nazionale o anche unilateralmente; già da tempo vengono segnalati voli di ricognizione e la presenza di forze speciali occidentali sul terreno per condurre operazioni di sorveglianza e prendere contatti con le milizie locali.[89][90][91]
Il 19 gennaio, a Tunisi, al-Sarraj annuncia la formazione di un governo di 32 membri, detto Governo di Accordo Nazionale (GNA), che deve ricevere l'approvazione della Camera dei rappresentanti di Tobruk per poi insediarsi a Tripoli.[92] Il 25 gennaio, la Camera dei rappresentanti nega la fiducia al governo, dando mandato a al-Sarraj di formarne uno nuovo con un numero inferiore di membri. Vota invece a favore dell'accordo di pace (LPA), rifiutando però l'articolo che conferisce al Consiglio presidenziale il potere di rimuovere i vertici militari, tra cui Haftar.[93] Il 14 febbraio, da Skhirat, al-Sarraj propone una nuova lista di 18 ministri.[94]

Il 19 febbraio, un attacco aereo statunitense colpisce un campo di addestramento dell'ISIS nei pressi di Sabrata, uccidendo 41 persone, in maggioranza tunisini, tra cui, probabilmente, un militante tunisino legato agli attentati al museo nazionale del Bardo e a Susa in Tunisia l'anno precedente.[95] Il 21 febbraio, l'esercito nazionale libico (LNA) annuncia di aver liberato la città di Agedabia dagli jihadisti e di aver ripreso il controllo di diverse aree di Bengasi a lungo contese con Anṣār al-Sharīʿa e ISIS.[96][97] Fonti libiche sostengono che forze speciali francesi da due mesi aiutino l'esercito nazionale libico a Bengasi; ciò potrebbe spiegare il successo dell'offensiva del LNA dopo quasi due anni dall'inizio della campagna del generale Haftar.[98][99]
L'insediamento del Governo di Accordo Nazionale (marzo - aprile 2016)
Il 12 marzo, il Consiglio Presidenziale, ancora basato a Tunisi, chiede alla comunità internazionale di interrompere i rapporti con il governo di Tobruk e di riconoscere il governo di Serraj come il solo legittimo, sulla base del sostegno espresso da un centinaio di deputati della Camera dei rappresentanti, nonostante la mancanza di un voto formale di fiducia da parte del parlamento.[100] Il 14 marzo, il Consiglio di Sicurezza dell'ONU invita gli Stati Membri a cessare il sostegno e i contatti ufficiali con i due governi libici paralleli al governo di accordo nazionale.[101] Il 30 marzo, i membri del governo di unità nazionale arrivano finalmente dalla Tunisia a Tripoli in nave, insediandosi in una base navale vicino al porto, nonostante l'opposizione del primo ministro del governo islamista di Tripoli, Khalifa Ghwell.[102]
Il 1º aprile, il Consiglio dell'Unione europea approva sanzioni contro Aguila Saleh Issa (presidente della Camera dei rappresentanti di Tobruk), Khalifa Ghwell (primo ministro di Tripoli) e Nuri Busahmein (presidente del nuovo GNC di Tripoli), a causa della loro continua opposizione all'implementazione dell'accordo di pace del 17 dicembre 2015 e alla formazione del governo di unità nazionale.[103] Il 5 aprile, il governo islamista di Tripoli annuncia il suo scioglimento (nonostante la smentita, due giorni dopo, da parte di Khalifa Ghwell),[104] e circa 70 membri del Nuovo Congresso Nazionale Generale (GNC) votano per adottare l'accordo di pace del 17 dicembre (LPA) e formare, conformemente ad esso, il Consiglio di Stato, previsto dall'LPA come camera alta del nuovo parlamento libico, composta dagli ex membri del GNC.[105] Presidente del Consiglio di Stato viene eletto il misuratino Abdulrahman Al-Swehli.[106] Nel corso di aprile, mentre le vecchie autorità e i gruppi armati di Tripoli e della Libia occidentale, che precedentemente sostenevano il Congresso Nazionale Generale, lentamente cedono il potere e dichiarano il loro appoggio al governo di accordo nazionale,[107][108] la Camera dei Rappresentanti di Tobruk, prevista dall'LPA come camera bassa del nuovo parlamento libico, continua a rimandare l'approvazione del voto di fiducia al governo di accordo nazionale.[109] La frattura tra ovest ed est del Paese minaccia quindi di non ricomporsi, dal momento che le autorità dell'est del Paese (l'esercito nazionale libico di Haftar e il governo di Tobruk) si pongono in competizione con il governo di accordo nazionale di Tripoli per l'esportazione del petrolio libico e per una nuova offensiva contro l'ISIS a Sirte.[110]
L'offensiva contro l'ISIS (maggio - agosto 2016)
Il 21 aprile, i combattenti dell'ISIS ancora presenti nei dintorni di Derna dopo essere stati espulsi dalla città nel giugno 2015 vengono definitivamente sconfitti e costretti a ritirarsi verso Sirte; i combattimenti a Derna però proseguono tra il Consiglio consultivo dei mujahideen, in controllo della città, e le forze leali al generale Haftar.[111][112] A ovest di Sirte, l'ISIS continua i suoi attacchi contro le milizie di Misurata (che hanno dichiarato il loro appoggio al governo di unità nazionale), conquistando la città di Abu Grain, a sud di Misurata, il 5 maggio, ma perdendone nuovamente il controllo dopo due settimane.[113] A fine maggio, la Guardia delle installazioni petrolifere (che ha anch'essa dichiarato il suo sostegno al governo di unità nazionale, distaccandosi dal governo di Tobruk, nonostante fosse stata precedentemente in conflitto con le milizie di Misurata) lancia un'offensiva contro l'ISIS a est di Sirte, riconquistando le città di Ben Giauad e di Nofaliya (prese dall'ISIS a gennaio 2016 e febbraio 2015, rispettivamente).[114]Contemporaneamente, anche le milizie di Misurata, da ovest, passano al contrattacco contro l'ISIS e riescono ad avanzare in profondità verso Sirte, arrivando a soli 15 km dalla città il 29 maggio.[115] Il 4 giugno, viene riconquistato l'aeroporto di al-Ghardabiya a sud di Sirte, preso dall'ISIS a maggio 2015.[116] Il 9 giugno, il PFG riconquista Harawa (presa dall'ISIS un anno prima), mentre le forze di Misurata entrano a Sirte,[117] dando inizio a un lungo assedio delle rimanenti forze dell'ISIS asserragliate nel centro della città.[118] Il repentino successo dell'offensiva contro l'ISIS, che in tre settimane perde quasi tutti i territori libici sotto il suo controllo dopo essere stato all'offensiva fino alla metà di maggio, sorprende gli osservatori internazionali, che elencano una serie di fattori alla base del successo: tra questi, la sopravvalutazione della consistenza numerica, del radicamento territoriale e della solidità finanziaria dell'ISIS in Libia; l'efficace coordinazione tra forze di Misurata e PFG sotto l'egida del Governo di Accordo Nazionale; e l'aiuto di forze speciali occidentali (statunitensi e britanniche).[119][120][121]
Il 18 giugno, scoppiano nuovamente scontri tra l'LNA di Haftar e un nuovo gruppo armato islamista (chiamato Brigate di Difesa di Bengasi, BDB) nei pressi di Agedabia.[122] Il 17 luglio, le Brigate di Difesa di Bengasi rivendicano l'abbattimento di un elicottero vicino a Bengasi: nello schianto muoiono tre soldati francesi, nella prima conferma ufficiale della presenza di forze speciali francesi a fianco di Haftar a Bengasi.[123] In reazione, la Francia bombarda le posizioni delle milizie islamiste nei pressi di Bengasi,[124] mentre il Governo di Accordo Nazionale critica la presenza di truppe francesi in sostegno di Haftar, denunciandola come violazione della sovranità libica.[125]
Il 1º agosto, su richiesta del Governo di Accordo Nazionale, gli Stati Uniti iniziano attacchi aerei contro le posizioni dell'ISIS a Sirte, per aiutare le milizie che sostengono il governo a rompere lo stallo nell'assedio alla città. Si tratta della prima campagna aerea prolungata degli USA contro l'ISIS in Libia, precedentemente colpito da attacchi statunitensi isolati a Derna nel novembre 2015 e a Sabrata nel febbraio 2016.[126] Il 10 agosto, le milizie libiche riconquistano il centro congressi Ouagadougou di Sirte, usato dall'ISIS come suo quartier generale; l'ISIS mantiene tuttavia il controllo di alcuni quartieri residenziali nella città, dove continua a resistere nei mesi seguenti.[127] Il 13 settembre, l'Italia annuncia l'apertura di un ospitale militare a Misurata, con lo schieramento di 300 uomini, tra cui 65 medici e 100 militari di protezione, per fornire assistenza sanitaria alle forze impegnate nella battaglia contro l'ISIS a Sirte. Si tratta del primo schieramento ufficiale di truppe occidentali (escluse le forze speciali) in Libia dall'inizio della seconda guerra civile.[128]
Il 6 dicembre, le forze leali al GNA annunciano di aver completato la riconquista di Sirte, dopo aver sconfitto gli ultimi combattenti dell'ISIS.[129] Di conseguenza, l'ISIS non controlla più alcun territorio in Libia, sebbene numerosi combattenti, abbandonata Sirte, rimangano attivi nel Paese: il 19 gennaio 2017, gli USA bombardano nuovamente un campo dell'ISIS nei pressi di Sirte.[130]
Nuove tensioni tra Tripoli e Tobruk (settembre 2016 - gennaio 2017)
Nonostante i successi ottenuti nell'offensiva contro l'ISIS a Sirte, il Governo di Accordo Nazionale di Sarraj non riesce a rafforzare la propria autorità, a causa della perdurante crisi economica e del mancato appoggio al suo governo da parte del generale Haftar. Il 22 agosto 2016, la Camera dei Rappresentanti a Tobruk nega la fiducia al Governo di Accordo Nazionale, per la seconda volta dopo il voto del gennaio precedente.[131] L'11 settembre, l'Esercito Nazionale Libico (LNA) di Haftar lancia un attacco improvviso contro quattro porti della mezzaluna petrolifera (Sidra, Ras LanufBrega e Zueitina), sottraendone il controllo alla Guardia degli impianti petroliferi (PFG) di Jadran, che si ritira opponendo scarsa resistenza. Si tratta del primo scontro su larga scala tra Haftar e le forze allineate al Governo di Accordo Nazionale (con cui la PFG aveva stipulato in luglio un accordo per riaprire i porti così da permettere al GNA di riprendere le esportazioni di petrolio).[132][133] Tuttavia, nonostante il rischio di escalation, nelle settimane seguenti alla presa dei porti Haftar stringe a sua volta un accordo con la National Oil Corporation di Tripoli per riprendere le esportazioni di petrolio,[134] e il 21 settembre le esportazioni di petrolio da Ras Lanuf riprendono per la prima volta dal novembre 2014, con la partenza di una petroliera verso l'Italia.[135] Haftar approfitta del momento a lui favorevole per spingersi verso ovest: il 18 settembre la PFG lancia un contrattacco per riprendere i porti di Sidra e Ras Lanuf, ma viene respinta dall'LNA, che sfrutta l'occasione per catturare anche Ben Giauad;[136] il 21 settembre, l'LNA occupa anche Harawa.[137] Il 7 dicembre, l'LNA di Haftar respinge una nuova offensiva contro la mezzaluna petrolifera da parte di milizie islamiste (il Consiglio consultivo dei rivoluzionari di Bengasi e le Brigate di Difesa di Bengasi) e forze leali a Jadran e al ministro della Difesa del GNA Barghathi (nonostante il GNA stesso prenda le distanze dall'offensiva).[138] Anche a Tripoli l'autorità di Sarraj viene messa in discussione: il 14 ottobre, l'ex premier del governo non riconosciuto di Tripoli, Khalifa Ghwell, tenta un colpo di Stato, occupando con alcune milizie l'hotel usato dal Consiglio di Stato.[139]. In questo contesto, la Russia, già impegnata a sostenere Assadnella guerra civile siriana, segnala un crescente interesse ad appoggiare Haftar in Libia: il 29 novembre, Haftar incontra le autorità russe a Mosca per chiedere sostegno militare,[140][141] mentre l'11 gennaio 2017 Haftar viene invitato sulla portaerei russa Admiral Kuznetsov nel Mediterraneo.[142] L'Italia continua invece a sostenere il governo di Sarraj, riaprendo per prima tra i Paesi occidentali la propria ambasciata a Tripoli il 10 gennaio, dopo due anni dalla chiusura. Il 12 gennaio 2017, le forze leali a Ghwell tentano di occupare anche il Ministero della Difesa.[143]. Il 21 gennaio un'autobomba esplode vicino all'ambasciata italiana appena riaperta; la Forza Speciale di Deterrenza (Rada) di Tripoli accusa l'LNA di Haftar di essere responsabile.[144]. Con il sostegno della Russia, l'esercito nazionale libico (LNA) di Haftar compie ripetuti bombardamenti contro la città di Bengasi, nei quartieri costieri di Suq Al-Hout ed al-Sabri, costringendo i militanti del gruppo terroristico Wilayat Barqa, presenti a Bengasi dal 2014, a lasciare la città.
Scontri a Tripoli tra Sarraj e Ghwell (febbraio - marzo 2017)
Il 9 febbraio 2017 a Tripoli, nel distretto di Salahadin, si costituisce il gruppo armato Guardia Nazionale Libica (LNG), comandato dal colonnello Mahmud al-Zigal, con l'obiettivo dichiarato di "combattere i gruppi terroristici come ISIS", ma in realtà facente capo all'esecutivo di Khalifa Ghwell, quale contraltare della Guardia Presidenziale a difesa del Governo di Accordo Nazionale di al Sarraj,[145], il quale la dichiarò illegale[146]. Essa era composta prevalentemente da milizie di Misurata, in particolare la brigata al Marsa[147], oltre a milizie berbere di altre città come Khoms, Zliten, Msallata, Sabratha, Surman, Ubari, Jumayl, Zauiya e Gharyan[148]. Tra i suoi capi figura Salah Badi, miliziano di Alba libica che aveva partecipato all'operazione di cattura dell'aeroporto di Tripoli. Lo stesso giorno la milizia di Salah al-Burki attaccò il quartiere Abu Salim [147], mentre due giorni dopo nei quartieri sud di Tripoli, incluso il distretto di Salahadin, sede della Guardia nazionale il Battaglione dei Rivoluzionari di Tripoli attaccò la milizia di Misurata Sherikhan, affiliata alla Guardia nazionale[149]. Il 16 febbraio, Khalifa Gwell, affiancato da membri della Guardia nazionale incluso il comandante al Zigal, e da politici islamisti dell'ex Congresso Generale e legati ai Fratelli Musulmani, organizzarono la cerimonia di riapertura dell'Areoporto di Tripoli, distrutto da Alba libica nel 2014, invitando anche coloro che avevano partecipato alla sua distruzione come Khaled al-Sharif e Salah Badi [150]. Il 20 febbraio, Fayez al-Sarraj e Abdulrahman Sewehli sopravvissero a un attentato mentre erano in automobile. [151]. Il 24 febbraio vi furono altri scontri nel quartiere di Abu Salim tra la brigata Salah al-Burki, affiliata alla Guardia nazionale, e il Battaglione dei Rivoluzionari, affiliato al Consiglio Presidenziale di al Sarraj [152]. Nuovi scontri vi furono il 14 marzo, mel quartiere ovest di Tripoli di Hay al-Andalous, come scontro tra le milizie berbere delle Forze Mobili, invise al popolo, e le milizie del Governo di Accordo Nazionale, comandate da Haithem al-Tajouri, Abdel Ghani al-Kikli e Abdel Raouf Kara[153], in seguito nel quartiere centrale di Bab Ben Gashir le milizie dei Rivoluzionari di Tripoli comandate da Tajouri attaccarono le milizie leali al governo di Ghwell, che tentarono di riprendere il controllo della capitale, ma dopo una notte di combattimenti l'offensiva di Ghwell fallì[154]. Il Consiglio Presidenziale convocò le milizie a lui leali nella Base Navale di Abu Sitta, proponendo un'offensiva, ma i capi delle brigate Tajouri, Kikli e Kara rifiutarono per "garantire la sicurezza dei cittadini di Tripoli" [155] [156] Il 17 marzo ci fu una manifestazione a Piazza dei Martiri per esigere l'espulsione di tutte le milizie da Tripoli, mentre alcuni inneggiavano ad Haftar cantando slogan contro Misurata, ma uomini armati spararono contro la folla e la dispersero, inscenando una manifestazione contro Haftar [157]. Il giorno seguente il Consiglio Presidenziale condannò l'accaduto in nome della libertà di espressione, ma i deputati di Misurata del Parlamento congelarono i rapporti col governo [158]. Tre giorni dopo, una folla guidata dall'islamista Salah Badi decretò alla radio che la città era sotto il controllo dei "Rivoluzionari di Misurata", ma il tentativo di golpe non ebbe esito.[159]. Un secondo tentativo di golpe fu fatto nei giorni seguenti dal colonnello Ibrahim Ben Rajab del Consiglio militare di Misurata, forzando lo scioglimento del Consiglio municipale [160]. A seguito della presa del quartiere Ganfouda di Bengazi da parte del generale Haftar, a Tripoli alcuni membri della brigata al-Buni del quartiere del Suq al-Juma costrinsero il Primo Ministro al-Sarraj a ritirare gli insulti rivolti all'Esercito nazionale libico, accusato di commettere crimini di guerra a Bengasi [161]
Scontri nel golfo di Sirte e presa di Bengasi (marzo - luglio 2017)
Nel marzo 2017 le milizie di Bengasi, attaccate dall'esercito nazionale di Haftar, si alleano con la Guardia petroliera nazionale di Ibrahim Jadhran, anch'essa sconfitta dall'esercito di Tobruk nel golfo di Sirte, avanzando verso Al-Jufra [162] e riprendendo il controllo dei porti di Sidra e Ras Lanuf[163], mentre l'esercito ripiegò a El Agheila, in attesa di rinforzi da Brega pari a 5.000 uomini, in un'operazione coordinata dal Cairo tra Haftar e al Sisi [164], con nuovi bombardamenti aerei su Ras Lanuf, Sidra, Ben Jauad e Naufaliya. L'operazione fu coordinata anche con la coalizione al-Bunyan al-Marsous, del Governo di Accordo nazionale e diverse milizie di Misurata, e con alcune milizie Tebu e della tribù Warshefana[165]. I ribelli sarebbero stati sostenuti invece da Turchia e Qatar, come ritorsione ad Haftar per aver rifiutato in diverse occasioni il consenso al governo di Fayez al-Sarraj, ostacolando una soluzione pacifica alla crisi[163], mentre il Consiglio Presidenziale di al Sarraj emise un comunicato condannando l'attacco e negando qualsiasi relazione con essa, sebbene due suoi membri, Abdulsalam Kajman e Mohamed al-Amari, espressero parole di apprezzamento per le milizie di Bengasi[166] e ci sono indizi di un coordinamento col Ministro della Difesa di Tripoli, Mahdi al-Barghati [165]. Il 7 marzo il Consiglio Presidenziale ordinò alla propria Guardia delle installazioni petrolifere, comandata da Idris Abu Khamada dal 2013 su mandato dell'allora capo del governo Ali Zeidan, di proteggere gli impianti di Ras Lanuf e Brega e assicurare la continuità della produzione di petrolio, in tal modo cercando di assicurarsi il controllo dei porti qualora l'attacco di Jadran avesse avuto successo, essendo Abu Khamada vicino a Jadhran. La presenza di tali milizie a Ras Lanuf fu accettata anche dalle milizie di difesa di Bengasi[167], ma la Camera dei Rappresentanti di Tobruk, riunita in assemblea il 7 marzo, prese atto della collaborazione del Governo di Accordo Nazionale con le Milizie di Bengasi e con 38 voti a favore su 56 deliberò di ritirare il proprio riconoscimento al Consiglio Presidenziale e di porre fine ai negoziati per la soluzione pacifica alla crisi[168]. Le milizie di difesa di Bengasi furono accusate di legami con al Qaeda[169][170]. Tuttavia 75 deputati della Camera dei Rappresentanti di Tobruk espressero una dichiarazione a sostegno del Governo di Accordo Nazionale, 30 dei quali fuggirono a Tripoli con una scissione, nell'hotel Bab al-Bahr [171]. Nel frattempo Ibrahim Jadhran cercò di tornare al comando delle proprie milizie ma fu arrestato a Nalut[172]. L'esercito nazionale libico attaccò nuovamente i porti petroliferi del golfo di Sirte con bombardamenti aerei seguiti da un'avanzata via terra, nonostante il tentativo del governo di Tripoli di porre una no fly zone sugli impianti, recuperando Sidra e Ras Lanuf il 14 marzo, ripristinando la situazione precedente l'attacco, ma con un relazioni politiche tra le due parti gravemente deteriorate [173]. L'esercito nazionale libico proseguì la lotta alle milizie islamiste di Bengasi, il Consiglio della Shura, i cui ultimi miliziani erano asserragliati in un edificio nel quartiere Ganfouda di Bengasi [174], che il 18 marzo 2017 tentarono di occupare il quartiere di As-Sabri al nord[175], e furono documentati abusi sui prigionieri [176] e le loro famiglie[177] [178]. Essi furono condannati dall'inviato dell'ONU Martin Kobler [179] L'esercito assicurò di avviare un'indagine. [176]. Dopo aver messo in sicurezza il quartiere di Ganfouda, l'esercito libico si concentrò sui restanti quartieri in mano agli islamisti, Suq al-Hout e as-Sabri, a partire dall'8 maggio. [180] A fine mese il gruppo miliziano Ansar as-Sharia annunciò la propria dissoluzione, essendo morti i suoi capi[181]. Il 13 giugno l'esercito entrò nel quartiere Suq al-Hout in piazza Tahrir, dove cominciarono le proteste del 2011 contro Gheddafi[182], il 19 prese il mercato del pesce[183], il 23 completò la conquista del quartiere[184]. Il 5 luglio l'esercito entroò nel quartiere as-Sabri, e gli ultimi islamisti si trincerarono nella zona di Sidi Akribesh, prima di essere definitivamente catturati [185]. A seguito di questa vittoria, la posizione del maresciallo Haftar risultava politicamente rafforzata. Il maresciallo, presentandosi in uniforme bianca e dorata che rimandava a quella del colonnello Gheddafi, annunciò il suo trionfo in un discorso televisivo all'esercito e alla città[186] [187]. Gli ultimi miliziani asserragliati nel quartiere di Sidi Akribesh furono definitivamente sconfitti a dicembre[188].
Nuovi scontri tra milizie a Tripoli (aprile - maggio 2017)
Man mano che l'esercito nazionale libico (LNA) proseguiva la sua lotta contro le Milizie di difesa di Bengazi, nel governo di Tripoli il Ministro degli Affari Esteri del GNA, Mohamed Tayer Siala, dichiaro di riconoscere il generale Haftar come capo dell'esercito riconosciuto dalla Camera dei rappresentanti di Tobruk, suscitando proteste[189] da parte del Consiglio militare di Misurata che dichiarò sul canale Tanaseh TV, proprietà del gran muftì Sadiq al-Ghariani), che il Governo di Accordo Nazionale era illegittimo, traditore e servo di interessi stranieri, e che il parlamento legittimo era il Congresso Nazionale eletto nel 2012 e il governo di Khalifa Ghwell, in tal modo la città fu divisa tra il Consiglio municipale leale ad al Serraj e il Consiglio militare sostenitore di Ghwell[190] Il 12 maggio 2017 ripresero combattimenti anche a Tripoli, tra capi di milizie Misurata (Salah Badi, Sherikhan) e islamisti (Salah al-Burki, Khalif al-Sherif, Abu Obeida al-Zawi), come le Forze Mobili nazionali di Janzur e la Brigada Kani di Tarhuna, che si unirono in una coalizione, detta Fakhr Libya (Orgoglio libico), contro il Governo di Accordo Nazionale, il cui quartier generale era nel sud di Tripoli, nei quartieri di Khala Furjan, Salahadin e presso l'Aeroporto Internazionale .[191] Il 26 maggio Salah Badi della milizia al-Marsa di Misurata tentò di prendere l'Hotel Rixos al-Nasr, prima di essere cacciato dalle milizie leali al GNA, cioè dal Consiglio dei Martiri di Abu Salim e dal Battaglione dei Rivoluzionari di Tripoli, a seguito di combattimenti nei quartieri di Abu Salim, Hadba e Hay Dimashq[192]. Il giorno dopo il Battaglione dei Rivoluzionari occupò i quartieri di Salahadin e al-Hadba, con oltre 50 morti.[193] distruggendo per vendetta anche la casa di uno dei comandanti della milizia ribelle, Khalid al-Sharif [194]. Il 28 maggio i ribelli lasciarono Tripoli[195] rifugiandosi nelle località vicine di Gharyan, Sabrat e Tarhuna [196].
Sostegno della Francia al governo di Tobruk (luglio 2017)
A seguito della presa di Bengasi[197], il ruolo del generale Haftar nella risoluzione del conflitto in Libia apparve sempre più determinante, anche a confronto della difficoltà del governo di al Sarraj in Tripolitania. Il 25 luglio 2017 il Presidente francese Emmanuel Macron ospitò un vertice al castello di La Celle, presso Parigi, con la presenza dell'ONU, invitando accanto al capo del governo di unità nazionale riconosciuto dall'ONU, Fayez Al-Sarraj, anche il Generale Khalifa Haftar, comandante delle Forze Armate riconosciuto dal Parlamento di Tobruk, parificando le due fazioni, che giunsero ad un accordo comune su un cessate il fuoco e presero l'impegno allo svolgersi di nuove elezioni presidenziali e parlamentari a breve[198] [199] [200] [201].
Il 31 luglio 2017 a Beida (Cirenaica) viene votato un progetto di Costituzione [202].
Avanzata dell'Esercito nell'Ovest e nel Sud (settembre 2017 - marzo 2018)
Secondo il giornale francese Le Monde l'Italia avrebbe stipulato nell'estate 2017 un accordo segreto con le milizie di Sabratha, in particolare con il Battaglione 48 comandato da Ahmed Dabbashi detto Al-Ammou, per bloccare il traffico dei migranti verso l'Europa, di cui essi gestivano la maggior parte[203], e ciò sarebbe stata la causa di nuovi scontri nel mese di settembre tra due milizie rivali della città, dovuti a rivalità per accaparrarsi i finanziamenti[204]. Entrambe le milizie sono affiliate al Governo di Accordo Nazionale di al Sarraj[203] [205], che tuttavia prende posizione contro Ahmed Dabbachi[205].
Il 6 ottobre, la milizia salafista Al-Wadi, sostenuta dall'esercito nazionale libico [203], dal suo accampamento a Wattiyah (60 km S-E di Sabratha) entra nella città prendendone il controllo alla Guardia Presidenziale del GNA[206], lasciando sul campo 39 morti e 300 feriti[205]. L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati riferisce che 14'500 migranti sono stati trovati nella regione di Sabratha e altri 6'000 sarebbero ancora nelle mani dei trafficanti[207].
Il 17 dicembre il maresciallo Haftar dichiara concluso il mandato del Consiglio Presidenziale (cioè del Parlamento di Tripoli riconosciuto dalla comunità internazionale)[208]; lo stesso giorno il sindaco di Misurata, Mohamad Echtewi, viene ucciso dopo essere stato prelevato all'uscita dall'aeroporto, di ritorno dalla Turchia[209].
Il 23 dicembre, la commissione elettorale annuncia che le elezioni presidenziali e legislative avranno luogo entro il 30 settembre 2018[210].
A gennaio 2018, il deputato della Camera dei rappresentanti Jaballah al-Chibani, della città di Tawarga, definisce la rivoluzione libica del febbraio 2011 "una catastrofe", aggiungendo che quanti affermano il contrario sono "approfittatori ed ipocriti", e che Gheddafi era "più onesto di loro"[211]. La dichiarazione porta all'apertura di un'inchiesta parlamentare, perché ogni deputato è tenuto a rispettare gli scopi della rivoluzione, mentre alcuni parlamentari proferiscono insulti razzisti contro di lui, come "schiavo"[211]. Inoltre nella città di Tawarga viene impedito l'accesso alle milizie di Misurata, responsabili di aver saccheggiato e bruciato la città nel 2011, nonostante un accordo sia stato firmato[212]. La firma di tale accordo sarebbe stata anche tra le ragioni dell'assassinio del sindaco di Misurata Echtewi[212].
A febbraio iniziano le registrazioni degli elettori in vista delle elezioni [213]. Il 6 febbraio 2018 Mahmoud al-Werfalli, un comandante dell'esercito di Haftar, ricercato dalla Corte Penale Internazionale per violazioni dei diritti umani, si arrende alle forze del maresciallo[214], ma viene rilasciato il giorno seguente[215].
Il 22 febbraio nuovi combattimenti scoppiano nel sud della Libia, a Sebha, tra la tribù araba degli Uled Suleymani, vicini al Governo di Accordo Nazionale di Sarraj, e i Tebu, partigiani di Haftar[216] [217] [218][219]. Il 28 marzo, le milizie rivali di Misurata e di Zintan firmano un accordi di riconciliazione[220].
Scontri tra milizie nell'imminenza delle elezioni (maggio 2018 - presente)
Il giorno 29 maggio 2018 le diverse fazioni, riunite a Parigi, annunciano la tenuta di elezioni presidenziali e legislative per il giorno 10 dicembre 2018[221].
A giugno 2018, scoppiano combattimenti nel golfo di Sirte tra le Guardie delle installazioni petrolifere e l'esercito nazionale libico[222].
Il 29 giugno 2018 Haftar annuncia il completamento della riconquista di Derna, ultima città dell'est della Libia a non essere controllata dal suo esercito.
A settembre, dei combattimenti hanno luogo a Tripoli[223] [224], secondo alcuni analisti a causa della decisione della Francia di accelerare il processo elettorale fissando la data del 10 dicembre, che avrebbe provocato un rivolgimento di alleanze da parte della VII Brigata, una milizia Tarhuna che si sarebbe affiliata all'Esercito nazionale di Haftar, e con l'appoggio estero avrebbe cercato di realizzare un colpo di Stato ai danni di al Sarraj[225].
Il 13 settembre, il Parlamento di Tobruk approva la legge elettorale[226].
Schieramenti
La guerra vede contrapposte molteplici forze, raggruppate in due grandi schieramenti, le coalizioni di Operazione Dignità e di Alba Libica, cui si aggiungono gruppi jihadisti, in primo luogo lo Stato Islamico, ostili a entrambe le coalizioni. Operazione Dignità e Alba Libica sono coalizioni di gruppi armati in alleanza tra loro, spesso su basi di convenienza e non di stretta collaborazione. Entrambe le coalizioni fanno riferimento a governi e parlamenti rivali, ma ad avere reale potere sul campo non sono i politici, bensì i gruppi armati. Le rivalità che hanno portato alla polarizzazione del conflitto in due campi sono molteplici, di carattere sia politico (rivalità tra islamisti e anti-islamisti; tra ex-gheddafiani e anti-gheddafiani), sia regionale (rivalità tra Misurata e Zintan; tra Cirenaica e Tripolitania), sia etnico (rivalità tra Imazighen e arabi; tra Tuareg e Tebu).[227] Le due coalizioni si contendono inoltre le risorse economiche del Paese, sia quelle petrolifere della compagnia petrolifera nazionale (National Oil Corporation), sia le riserve della Banca Centrale Libica, che è rimasta neutrale nel conflitto e continua a pagare stipendi a entrambe le parti.[228][229]
Operazione dignità
Il governo internazionalmente riconosciuto fino a marzo 2016, guidato da Abdullah al-Thani, si riunisce tra Beida e Tobruk, nell'est del Paese, dal settembre del 2014. È sostenuto da ciò che resta della Camera dei rappresentanti eletta nel giugno 2014: solo 188 dei 200 membri dell'assemblea, presieduta da Aguila Saleh Issa, sono stati effettivamente eletti, e 30 hanno boicottato il parlamento da quando è stato inaugurato a Tobruk il 4 agosto.[230] La Camera dei rappresentanti è stata inoltre dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale libica nel novembre 2014, anche se ha rifiutato la sentenza, sostenendo che fosse stata emessa da una corte sotto il controllo del governo rivale di Tripoli. Uno dei blocchi più importanti della Camera dei rappresentanti è l'Alleanza delle Forze Nazionali dell'ex Primo ministro Mahmud Gibril, arrivato primo nelle elezioni del 2012.[231]
Il governo estende la sua autorità sulla maggior parte della Libia orientale (Cirenaica) oltre che sulla regione del Gebel Nefusa nell'ovest, sotto il controllo delle alleate milizie di Zintan che fino all'agosto 2014 controllavano anche l'aeroporto internazionale di Tripoli. In Cirenaica, fino al giugno 2018 non controllava la città di Derna, dominata da gruppi jihadisti [232], mentre fino al giugno 2017 ha combattuto contro le milizie di Ansar al-Shari'a (Libia) per prendere Bengasi [233] [234]

Il governo è alleato con le forze di Khalifa Belqasim Haftar, un ex generale gheddafiano caduto in disgrazia nel 1987 durante la guerra libico-ciadiana, divenuto alleato degli Stati Uniti, dove visse tra il 1990 e il 2011, e tornato in Libia per combattere dalla parte dei ribelli nel 2011.[235][236] Già nel febbraio e poi nel maggio 2014, Haftar aveva cercato di sciogliere il Congresso Nazionale Generale di Tripoli con un'iniziativa personale presa contro i governi di Ali Zeidan e di Abdullah al-Thani stesso. In quell'occasione, al-Thani definì le forze di Haftar “fuorilegge” e accusò il generale di tentare un colpo di Stato.[237] Ciononostante, dopo la presa di Tripoli da parte di Alba Libica a fine agosto 2014, il governo di al-Thani trasferitosi a Tobruk si è allineato con le forze di Haftar e l'ha infine nominato capo del ricostituendo esercito libiconel marzo 2015.[55] L’esercito di Haftar (detto Libyan National Army, LNA) è composto principalmente da soldati dell’ex esercito gheddafiano e da federalisti che vogliono maggiore autonomia per la regione orientale della Cirenaica.[236] Tra le forze federaliste (o secessioniste) che hanno sostenuto Operazione Dignità vi è la Guardia degli impianti petroliferi (PFG) del leader autonomista Ibrahim Jadran, che nel 2013 ha preso il controllo dei porti petroliferi orientali (Sidra, Ras Lanuf) e ha tentato di vendere il petrolio indipendentemente dal governo centrale, provocando così la caduta del governo di ʿAlī Zeidān nel marzo 2014.[238][239] Tuttavia, i rapporti tra Jadran e Haftar si sono deteriorati nel gennaio 2016, cosicché la PFG ha cambiato alleanze, allineandosi con il governo di Tripoli e poi con il Governo di Accordo Nazionale da marzo 2016.[9][240] Nel Fezzan, sono alleate di Operazione Dignità alcune milizie appartenenti alla minoranza etnica Tebu.[241]
Haftar legittima la sua campagna militare contro tutti gli islamisti senza distinzione, tanto i moderati del governo rivale di Tripoli, legati alla Fratellanza Musulmana, quanto gli estremisti di Ansār al-Sharī'a e dello Stato Islamico, sostenendo che si tratti di una campagna contro il terrorismo, in modo affine a quanto fatto in Egitto dal suo sostenitore al-Sisi, responsabile di una violenta repressione della Fratellanza Musulmana dopo il rovesciamento di Morsi e in lotta contro gruppi affiliati allo Stato Islamico nel Sinai.[242]
L'Egitto e gli Emirati Arabi Uniti forniscono aiuti militari a Operazione Dignità, e sono anche intervenuti direttamente nella guerra con attacchi aerei degli EAU contro Alba Libica nell'agosto 2014[243] e dell'Egitto contro le forze affiliate all'ISIS nel febbraio 2015.
Alba della Libia
Il governo che ha controllato Tripoli da settembre 2014 a marzo 2016 è stato inizialmente guidato da Omar al-Hasi, sfiduciato il 31 marzo 2015 per critiche alla sua gestione dell'economia e sostituito dal suo vice Khalifa Ghwell.[244][245] Il governo era espressione dei deputati islamisti che, dopo la presa di Tripoli da parte di Alba Libica a fine agosto 2014, si sono riconvocati e proclamati continuazione del precedente parlamento, assumendo il nome di Nuovo Congresso Nazionale Generale (GNC) e confermando Nuri Busahmein nella carica di presidente dell'assemblea. Il più importante partito islamista moderato è il Partito della Giustizia e della Costruzione, branca libica della Fratellanza musulmana.[227]
Il governo estendeva il suo controllo sulla parte occidentale e più popolosa della Libia, che include la capitale Tripoli e la città di Misurata, oltre al distretto della Sirte, dove le milizie di Misurata nel corso del 2015 hanno progressivamente perso terreno di fronte all'avanzata dei militanti affiliati allo Stato Islamico. Non controllava invece l’enclave montuosa di Zintan.

Mappa etnografica della Libia
La coalizione che sosteneva il governo di Tripoli, "Alba Libica", era un’alleanza tra le brigate di Misurata, diverse milizie islamiste, in particolare a Tripoli e Bengasi, e gruppi della minoranza Amazigh, lungo la costa nord-occidentale.[236][246][247][248][249] Le milizie più forti, composte da circa 40.000 combattenti,[7][8] sono quelle di Misurata (terza città del Paese, orientata al commercio marittimo), integrate dal 2012 nel Ministero dell’Interno con il nome di “Scudo Libico” e per la maggior parte non categorizzabili come islamiste.[5][227] Tra le principali forze islamiste si segnalano invece le milizie della Camera Operativa dei Rivoluzionari Libici (LROR), creata a Tripoli dal presidente del GNC Nuri Busahmein e guidata dallo jihadista Abu Obeida Zawi;[250][251] la brigata di Tripoli, legata al partito conservatore al-Watan (“patria”), presieduto da Abdelhakim Belhadj, ex combattente del Gruppo dei combattenti islamici libici (LIFG) (un tempo legato ad al Qaeda), divenuto Comandante Militare di Tripoli nell'agosto 2011;[252][253][254] e la Brigata dei Martiri del 17 febbraio, basata a Bengasi.[8] A Bengasi, Alba Libica era in alleanza di convenienza anche con gruppi islamisti estremisti come Ansar al-Sharia.[246] Nel Fezzan, è sostenuta da gruppi della minoranza Tuareg, situati nella Libia sud-occidentale.[241]
“Alba Libica” si legittimava come unica forza erede della rivoluzione del 2011, contro il ritorno degli uomini dell’ex regime di Gheddafi facenti parte dell’esercito di Haftar.[5] Era sostenuta da Qatar e Turchia, che appoggiavano la Fratellanza Musulmana in Medio Oriente e Nordafrica.[255][256]
A partire da marzo 2016, con l'arrivo a Tripoli del Governo di Accordo Nazionale (GNA) guidato da Fayez al-Sarraj, il governo di Khalifa Ghwell ha perso il controllo su qualsiasi istituzione di rilievo: la maggioranza dei componenti del nuovo GNC ha formato l'Alto Consiglio di Stato, camera alta del nuovo parlamento a sostegno del GNA, e le milizie di Misurata, le più forti milizie di Alba Libica, sono passate ad appoggiare il GNA. Anche a Tripoli il GNA ha trovato milizie disposte a sostenerlo, in particolare la Forza Speciale di Deterrenza (Rada) di Abdel Rauf Kara. Il GNA si è quindi di fatto largamente sostituito al governo di Tripoli nel controllo sulla parte occidentale del Paese.[1]
I gruppi jihadisti
I gruppi jihadisti in Libia sono diversi, e comprendono anche veterani della guerra anti-sovietica in Afghanistan e della guerra anti-americana in Iraq, che facevano già parte di organizzazioni jihadiste libiche come il Gruppo dei combattenti islamici libici (LIFG) e che hanno partecipato alla rivolta contro Gheddafi nel 2011.[257] I gruppi più noti sono Anṣār al-Sharīʿa, con una forte presenza a Bengasi, e i gruppi affiliati allo Stato Islamico, che hanno proclamato la creazione in Libia di tre “province” (wilayat) dello Stato Islamico corrispondenti alle tre principali regioni del Paese: Barqa (Cirenaica) nell'est, Tripoli nell'ovest e Fezzan nel sud.
Anṣār al-Sharīʿa in Libia (abbreviato ASL, lett. “Partigiani della Shari'a”, nome comune ad altre organizzazioni jihadiste nel mondo arabo), si è ufficialmente formata nel giugno 2012 ed è venuta a dominare il panorama jihadista libico in seguito all'uccisione del diplomatico statunitense Christopher Stevens a Bengasi l'11 settembre 2012.[258] È composta da ex-ribelli provenienti da numerose milizie basate in Cirenaica, e si stima che abbia almeno 10.000 membri e simpatizzanti, ma solo un migliaio di combattenti.[5] Ha cercato di ottenere il sostegno locale a Bengasi fornendo servizi sociali alla popolazione. Nel giugno 2014, Anṣār al-Sharīʿa ha formato a Bengasi un’alleanza anti-Haftar con altri gruppi islamisti (tra cui la Brigata dei martiri del 17 febbraio), chiamata Consiglio consultivo dei rivoluzionari di Bengasi. Il 31 luglio, Anṣār al-Sharīʿa ha proclamato la creazione di un emirato islamico a Bengasi, seconda città della Libia.[259] Nel gennaio 2015, il leader di Ansar al-Sharia Mohamed al-Zahawi è morto a causa delle ferite riportate in battaglia.[260] Anṣār al-Sharīʿa ha anche un ramo a Derna, capeggiato dall'ex detenuto di Guantanamo Sufian bin Qumu.[261]

L'autoproclamato Stato Islamico (ISIS) ha approfittato del caos libico per instaurarvi una propria presenza territoriale nella seconda metà del 2014, attratto dalla posizione strategica della Libia nel Nordafrica. La sua espansione in Libia viene tuttavia giudicata più difficile che in Siria e Iraq, a causa dell'estrema frammentazione dei centri di potere in Libia e della mancanza di una polarizzazione settaria tra sunniti e sciiti (quasi tutti i Libici sono sunniti).[262] Nel settembre 2014, Abu Bakr al-Baghdadi ha inviato a Derna un proprio emissario, Abu Nabil al Anbari (poi ucciso da un raid statunitense nel novembre 2015), e in ottobre un gruppo jihadista locale parzialmente in controllo di Derna, il Consiglio dei Giovani Musulmani, ha proclamato la propria fedeltà al califfato, facendo di Derna il primo nucleo della Provincia di Barqa dello Stato Islamico.[263][264] La città di Derna, che ha circa 100.000 abitanti, era già nota come culla jihadista per aver mandato a combattere in Iraq negli anni Duemila un numero di combattenti pro capite più alto di ogni altra città al mondo, e perché sin dall'inizio della rivolta del 2011 il governo di Gheddafi aveva accusato combattenti di Derna legati ad al-Qa'ida (tra cui Abdul-Hakim al-Hasadi e Sufian bin Qumu) di avervi proclamato un emirato islamico.[265][266][267][268]
Tra gennaio e febbraio 2015, i militanti affiliati all'ISIS in Libia hanno attirato l'attenzione internazionale con una serie di azioni quali un attacco terroristico ad un importante hotel nella capitale Tripoli il 27 gennaio, l'espansione del loro controllo territoriale a Nofaliya nel distretto della Sirte e a Sirte stessa tra il 9 e il 13 febbraio, e la pubblicazione di un video raffigurante la decapitazione di 21 egiziani copti il 15 febbraio, con la conseguente reazione militare dell'Egitto, che ha effettuato attacchi aerei contro obiettivi dell'ISIS a Derna. Lo Stato Islamico ha inoltre instaurato basi operative nella regione di confine della Libia sud-occidentale, da cui traffica armi e militanti nei Paesi circostanti del Maghreb e del Sahel.[257]
Un rapporto dell'ONU pubblicato nel novembre 2015 ha stimato il numero dei combattenti dell'ISIS in 2.000-3.000 unità:[6] a Derna sono aumentati da un numero iniziale di 800 nel novembre 2014[263] a 1.100 nel momento di massima influenza, prima di essere espulsi da buona parte della città nel giugno 2015; da allora molti si sono trasferiti a Sirte, dove sono passati da 200-400 unità nel marzo 2015[264][269] a 1.500 nel settembre 2015. I militanti affiliati all'ISIS appartengono a tre gruppi: molti erano membri di organizzazioni radicali già presenti sul territorio (tra cui Anṣār al-Sharīʿa), i quali hanno deciso di dichiarare la loro affiliazione al "califfato" di al-Baghdadi nella seconda metà del 2014 per ottenere maggiore visibilità e legittimità; in parte si tratta di combattenti libici che hanno fatto ritorno in Libia dopo aver combattuto nei territori del "califfato" in Siria e in Iraq (tra questi, la brigata al-Battar, composta da 300 jihadisti libici ritornati a Derna da Deir ez-Zor (Siria) e Mosul (Iraq) nell'aprile 2014); infine, vi sono combattenti stranieri, provenienti soprattutto dal Maghreb.[270][271]
Effetti della guerra

Secondo Libya Body Count, un'organizzazione non governativa che tiene il conto delle morti violente in Libia registrate dalla stampa, 2.825 persone, tra combattenti e civili, sono morte in Libia a causa dei combattimenti nel 2014, 1.523 nel 2015 e 1.523 nel 2016;[10] secondo ACLED (Armed Conflict Location and Event Data Project), che segue la stessa metodologia, i morti sono stati 2.650 nel 2014, 2.705 nel 2015 e 2.865 nel 2016.[11] Secondo l'ONU, “diffuse violazioni del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario, e abusi dei diritti umani, sono state commesse da tutte le parti in conflitto in Libia nel 2014 e nel 2015”; le violazioni includono uccisioni illegali, attacchi contro i civili, detenzioni arbitrarie, torture e violenze contro le donne.[12] Il numero di sfollati all'interno del Paese è passato da 80.000 nel maggio 2014 a 435.000 nel maggio 2015, secondo l'UNHCR.[12] Una nuova ondata di rifugiati di nazionalità libica è inoltre arrivata in Tunisia, portando, secondo alcune stime, il numero di libici espatriati in Tunisia dall’inizio della guerra civile nel 2011 a 1,8 milioni, circa un terzo della popolazione libica.[272][273]L'instabilità e la guerra, abbinate a un contemporaneo aumento del numero di rifugiati nella regione (prevalentemente siriani, a causa della guerra civile siriana), hanno reso le partenze dalle coste libiche verso l'Italia di rifugiati e migranti provenienti da Paesi africani e asiatici più facili e numerose, a causa della mancanza di un'autorità centrale in grado di controllare i porti libici e collaborare con i Paesi europei nel contrasto alle reti in espansione del traffico di migranti. La guerra ha anche costretto alla partenza molti immigrati africani residenti in Libia, essa stessa storicamente un Paese non solo di transito, ma anche di destinazione per i migranti economici africani.[274][275] Dal 2014 si è così verificata un'impennata nel numero di sbarchi in Italia, principalmente dalla Libia, proseguita nel 2015 nella più ampia crisi europea dei rifugiati: gli sbarchi in Italia sono stati 170.100 nel 2014, prevalentemente di siriani (42.323) ed eritrei (34.329),[276] e 153.842 nel 2015, prevalentemente di eritrei (38.612), nigeriani (21.886) e somali (12.176).[277]

I danni causati dalla guerra all'economia libica sono considerevoli. Ci sono frequenti blackout elettrici e ridotta attività economica.[279] La produzione di petrolio, pilastro dell'economia libica, è crollata da un massimo di 1,4 milioni di barili al giorno nell'aprile 2013 (un valore simile a quello pre-2011) a un minimo di 200.000 barili al giorno nell'aprile 2014; è poi ripresa in parte nella seconda metà del 2014, ma è nuovamente scesa intorno ai 400.000 barili al giorno nel corso del 2015.[60][280] Nel gennaio 2016, la Compagnia petrolifera nazionale (NOC) ha stimato in 68 miliardi di dollari la perdita di ricavi dal petrolio dal 2013 a causa della diminuita produzione. Le perdite sono state aggravate dal contemporaneo crollo mondiale dei prezzi del petrolio a partire dalla seconda metà del 2014.[281] L'unica compagnia petrolifera straniera che ha continuato ad estrarre gas e petrolio nel Paese è stata l'italiana ENI, che gestisce, in particolare, il gasdotto Greenstream.[282] Secondo la Banca Mondiale, il PILnominale libico si è dimezzato tra il 2012 (82 miliardi di dollari) e il 2014 (41,2 miliardi di dollari).[283] Il deficit pubblico della Libia è stato pari al 44% del PIL nel 2014[60] e al 54% del PIL nel 2015, uno dei più alti al mondo.[281]

Voci correlate
·        Libia
·        Khalifa Belqasim Haftar
·        Stato Islamico
Collegamenti esterni
·        A. Varvelli, Crisi libica: tra tentativi di mediazione e conflitto aperto, gennaio 2015
·        A. Varvelli, Libia, non solo Stato Islamico, febbraio 2015
·        Rapporto dell'ONU sull'ISIS in Libia, novembre 2015
·        M. Toaldo, R. Aliboni, N. Ronzitti, La crisi libica. Situazione attuale e prospettive di soluzione, giugno 2016



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